Kazuyoshi Miura – il recordman che non ti aspetti

A volte i traguardi più clamorosi vengono raggiunti dai personaggi meno probabili, atleti che lavorano nell’anonimato, lontano dai riflettori come eroi nascosti per poi, quando meno te l’aspetti, rubare la ribalta ai campioni più blasonati con un vero colpo di teatro.
Questa è la storia di un recordman. Ma non di un fenomeno affermato e osannato dal mondo intero, che può vantare contratti a cifre stratosferiche con top teams o sponsor di grido. E’ la storia di Kazuyoshi Miura, il recordman che non ti aspetti.

E’ di pochi giorni fa la notizia che Kazuyoshi Miura è diventato il più anziano giocatore ad aver giocato una partita di calcio professionistico. Il bomber giapponese, a 50 anni e sette giorni ha guidato l’attacco del Yokohama FC nell’incontro con il V-Varen Nagasaki, valido per la J-League 2, il secondo livello del campionato nipponico.
Un record incredibile, la cui portata si può comprendere se si pensa che, fino a quel giorno, apparteneva da ben 52 anni ad una pietra miliare del calcio mondiale come Stanley Matthews, il primo pallone d’oro della storia, il quale a 50 anni e 5 giorni giocò la sua ultima partita con la maglia dello Stoke City.

UNA VITA DA RECORD

Ma se la si guarda a ritroso, la storia di Miura ha un che di leggendario sin dall’inizio, quel qualcosa che la rende magica, aldilà del reale.
Kazu se ne va dal Giappone ancora giovanissimo, a 15 anni, spostandosi nel lontanissimo Brasile per cercare fortuna nel mondo del pallone. Una scelta sicuramente estrema, ma che ricalca alla perfezione le orme del campione che in quegli anni sta infiammando i sogni dei ragazzini del Sol Levante: Oliver Hutton di Holly e Benji.


Miura la stoffa ce l’ha. Viene ingaggiato dal Club Atletico Juventus di San Paolo dove si fa le ossa per 4 anni fino a passare al più blasonato Santos (sì, quello di Pelè e, più di recente, Neymar), cambiando però casacca ogni anno fino al 1990 quando, visto che la carriera non decolla nonostante la vittoria del campionato Paranaense del 1990 con il Coritiba, decide di tornare in patria, al Verdy Kawasaki di Tokio.


In Giappone la classe di Kazu è un lusso e le sue prestazioni stuzzicano vari club, tra cui il Genoa del Presidente Spinelli, che lo acquista nell’estate del 1994. Ecco il primo record di Miura: è il primo calciatore giapponese a giocare in Serie A, l’ariete che spiana la strada al mercato orientale in Italia che poi vedrò l’arrivo nel Belpaese dei vari Nakata, Morimoto, Nakamura, Nagatomo, Honda e soci.

E poco importa che la sua stagione sia da dimenticare: 21 presenze ed un solo gol, ma dal valore molto particolare, perché realizzato nel derby della Lanterna contro la Sampdoria (poi però vinto dai blucerchiati per 3-2). Nel suo piccolo, forse, un record anche questo.

Dopo questa parentesi italiana, Kazu torna in patria dove continua a fare le fortune dei propri compagni, concedendosi qualche gita fuori porta, prima alla Dinamo Zagabria e poi all’FC Sidney, lasciando però magri ricordi di sé.

LEGGENDA

In patria, invece, Miura è leggenda, sia al livello di club che di nazionale, di cui è il secondo miglior marcatore della storia con ben 55 reti in 89 partite e con cui ha vinto la Coppa d’Asia nel 1992 ma con il rimpianto di non aver mai partecipato ad un Mondiale. Ed ovviamente detiene un altro record: quello del marcatore più anziano nella storia del campionato giapponese, risultato raggiunto il 7 agosto 2016, quando segnò contro il Cerezo Osaka.

Viene da chiedersi quale sia il segreto di questo tranquillo cinquantenne che non ci pensa neanche a farsi da parte dopo ben 32 stagioni da professionista. Probabilmente la risposta è racchiusa nelle parole dello stesso Miura durante l’intervista di rito al superamento dell’ultimo record della sua incredibile vita:

“Sinceramente, non mi sento di aver battuto una leggenda. Avrò anche superato Matthews come longevità della carriera, ma non posso concorrere con lui, con i suoi numeri e il suo passato. Mi piace il calcio, e la mia passione non è cambiata. Non sono più giovane, faccio fatica fisicamente, ma sono ancora felicissimo se la mia squadra vince o se riesco a giocare bene. Finché mi divertirò, continuerò a giocare”.

Umiltà, passione e cultura del lavoro: la ricetta vincente.

Michele De Martin

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