Un Destriero a galoppo: l’impresa atlantica di una nave italiana. E un record imbattuto. Forse…

Un Destriero a galoppo, solcando l’oceano e spingendosi laddove nessuno aveva ancora osato. E’ un’impresa che, mischiando letteratura navale, epopea e racconti da vascello, fa il solco alla storia. Una storia tutta italiana, affascinante e sospesa che, ancora oggi, ritorna come la risacca a riva.
Il Destriero, un monoscafo in alluminio con carena a V profondo con propulsione a idrogetti che il 9 agosto 1992 percorse 3.106 miglia nautiche senza rifornimento sull’oceano Atlantico. Partito dal faro di Ambrose Light, New York, al faro di Bishop Rock nelle Isole Scilly, in Inghilterra.
Impiegò 58 ore, 34 minuti e 50 secondi, alla velocità media di 53,09 nodi (98,323 km/h). Ecco il record di velocità nella traversata atlantica. Un record tuttora inviolato. Con qualche se e qualche ma.

Era l’alba del 9 agosto e il personale del faro inglese si sentì dire al telefono gracchiante: «Buongiorno, qui è la nave Destriero, siamo partiti da New York, grazie per registrare data e ora del nostro passaggio». La risposta fu: «Buongiorno Destriero, non vi attendevamo così presto…». Sì perché Destriero impiegò esattamente 21 ore e mezza in meno del precedente record appartenuto al catamarano inglese Hoverspeed Great Britain.

Orgoglio, lungimiranza ed efficacia italiana. Paese di navigatori che si spingono oltre l’immaginario. La voce gracchiante era di Cesare Fiorio, responsabile e organizzatore di un team composto pressoché da italiani. Costruito da Fincantieri, il Destriero era nato da un progetto dello studio navale Donald L. Blount and Associated, ma l’impresa fu voluta e patrocinata da Karim Aga Khan, ricco uomo d’affari e principe ismailita, e appoggiata dalla Fiat di Gianni Agnelli e dall’Iri di Franco Nobili.

C’era da conquistare il prezioso Nastro Azzurro, la Blue Riband, il riconoscimento che veniva attribuito alla nave passeggeri che deteneva il record di velocità media di attraversamento dell’Atlantico, in regolare servizio e senza scali di rifornimento. C’era da emulare le gesta del transatlantico Rex, la prima nave italiana in grado di fregiarsi del Nastro Azzurro che nel 1933, partendo da Gibilterra, impiegò 4 giorni, 12 ore e 53 minuti per raggiungere il faro di Ambrose, a una media di 28,92 nodi.

Il lungo fiocco garrisce ancora l’albero di Destriero. Seppur simbolicamente. Perché come qualsiasi avventura mitologica c’è sempre l’antieroe di turno. Gli storici navali o almeno alcuni. Le cause imputate: una unità che nel tentativo di record non stava svolgendo regolare servizio passeggeri sull’Atlantico. Due, l’impresa si è compiuta sulla rotta New York – Bishop Rock (da Ovest verso Est) invece che da Est verso Ovest, come avveniva per le grandi navi di linea.

Il Destriero, infatti, provò a stabilire il record all’andata, ma incappò in una tempesta e arrivò in America con dopo più di 100 ore. Ma la storia è anche originalità, proprio come l’assegnazione dello stesso fiocco. E’ lo stesso Fiorio a raccontarlo:

Avevamo il nastro già a bordo e delle giuste dimensioni. Infatti c’è una vecchia formula che il comandante Mancini aveva scovato su documenti antichi che stabilisce le dimensioni esatte di questo nastro in base alla lunghezza della nave, alla sua altezza e alla velocità media. Da questa formula veniva fuori che per il Destriero il Nastro Azzurro dovesse consistere in un pennello, cioè in una striscia di seta azzurra alta 30 centimetri sul bordo d’attacco, e che si assottiglia all’altra estremità dopo una lunghezza di 8 metri e 25 centimetri. Siccome la velocità abbiamo potuto stabilirla solo in vista del traguardo, in quel momento abbiamo tagliato il nastro alla lunghezza esatta. Ad attribuircelo è stata la storia, nel senso che dalla prima metà del secolo scorso le navi

di varie nazionalità conquistavano automaticamente questa prestigiosa insegna sulla base di un cronometraggio certo

 

 

About Giovanni Sgobba

Giornalista professionista, cura “Curiosità sportive”, rubrica-memorabilia di aneddoti, storie e miti legati allo sport, riavvolgendo le lancette del tempo perché il suo cuore è ancora fermo sulla traversa dove si è stampato il rigore tirato da Di Biagio nel Mondiale del ’98.

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