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La storia d’amore “social” tra Palermo e Force India all’insegna del rosa

Una rivoluzione total-pink tra calcio e Formula 1. Dalle divise del Palermo (storico club legato al rosa e al nero) alla…Force India. Se vi è sfuggito il cambio radicale di colore durante la presentazione della monoposto indiana a inizio stagione, sicuramente non è passato inosservato il notevole colpo d’occhio durante il primo Gp di Melbourne vinto da Vettel e dalla Ferrari.
Nel giorno del trionfo della rossa, a spiccare è anche il rosa! Per ragioni di sponsor, infatti, la livrea 2017 della Sahara Force India è totalmente rosa, abbandonando la precedente veste nera alternata tra verde, arancione, bianco e sfumature d’argento.

Curioso, colore non banale e insolito. Tra sportivi, ovviamente, ci si intende, così, a partire dal 14 marzo è nata un’amicizia tutta “social” tra la scuderia dell’imprenditore e politico Vijay Mallya e la squadra di Serie A del nuovo presidente Paul Baccaglini. Il tutto, come detto, è iniziato su Twitter, così:

Il Palermo, ovviamente, ammaliato risponde: «Complimenti per la scelta, che splendidi colori!»Scocca un simpatico e inatteso gemellaggio tra Sicilia e India. La storia diverte e diventa virale così tifosi e appassionati attendono nuovi gesti d’affetto.
Uno arriva già il giorno dopo, il 15 marzo. Il Palermo decide di fare un regalo, mostrando questo video. Il macedone Ilija Nestorovski, piacevole sorpresa di questa stagione travagliata all’ombra del Barbera, mostra l’esultanza al suo prossimo gol:

Sale l’attesa, ma il Palermo cade rovinosamente a Udine, travolto 4-1 dall’Udinese (va a segno Sallai). C’è di mezzo, poi, la pausa delle Nazionali: insomma, è tutto rimandato chissà quando.
In realtà venerdì 24 marzo, mentre l’Italia di Ventura proprio a Palermo vince 2-0 sull’Albania, a Vaduz si gioca Liechtenstein-Macedonia e il bomber rosanero va in rete due volte. E mantiene la promessa per la gioia della scuderia di Formula 1 che esulta assieme:

Arriviamo al Gran Premio di Formula 1 in Australia, come detto, il primo della stagione. Se in Italia si celebra il trionfo di Sebastian Vettel e il quarto posto di Kimi Raikkonen alla guida della Ferrari, dopo la neonata amicizia, qualche curioso e appassionato è andato a sbirciare la classifica per vedere in che zona si è piazzata la Force India: Sergio Perez ha termina in settima posizione, mentre Esteban Ocon, decimo.
Un buon inizio a cui seguono i complimenti del Palermo che annuncia a tutti gli appassionati una curiosa sorpresa durante la giornata: nel box della scuderia indiana arrivano due maglie del Palermo con tanto di nomi dei piloti che si sono improvvisati calciatori palleggiando qua e là:

Adesso, dopo i complimenti e i messaggi di stima, rimane una domanda: continuerà il gemellaggio tutto social tra Palermo e Force India? Vedremo…

Zona Cesarini – una frase senza tempo

Zona Cesarini. Chi di noi non ha mai sentito o detto queste due parole. Si tratta dell’espressione forse più famosa nel mondo del calcio, due parole che esprimono l’essenza stessa di questo sport, la voglia di crederci fino all’ultimo respiro, di spingere fino al novantesimo e oltre, nella speranza di trovare la zampata giusta per vincere la propria battaglia, perché la speranza è l’ultima a morire e ogni lasciata è persa. D’altronde per dirla con l’indimenticato Vujadin Boskov “La partita finisce quando arbitro fischia”.

Ma forse non tutti sanno chi ringraziare per la creazione di queste parole che sono diventate leggenda indiscussa tra addetti ai lavori e non, tanto da venire inserite nel vocabolario della lingua italiana.

Non si tratta di una star internazionale, un calciatore fenomenale che ha mosso le folle nella sua carriera, ma di un buon giocatore che non si distingueva dalla massa ma che, in varie occasioni nella carriera, è riuscito ad andare oltre l’ostacolo del cronometro, diventando decisivo nel momento più inaspettato, quando ormai stavano calando i titoli di coda.

CHI E’ RENATO CESARINI?

Si perchè Renato Cesarini, detto Cè, nato sulle colline di Senigallia nel 1906, era un calciatore di buone qualità ma non eccelso. All’età di 2 anni era stato riportato in Argentina dai genitori e lì aveva iniziato la sua carriera distinguendosi con la maglia dei Chicharita Juniors e del Ferro Carril prima di essere acquistato dalla Juventus nel 1929, divenendo uno dei pilastri della cosiddetta Juve del Quinquennio che egemonizzò il calcio italiano nella prima metà degli anni 1930.

Bell’attaccante Renato, che vide aprirsi ben presto le porte della nazionale italiana in quella veste di oriundo che tanta fortuna portò ai nostri colori a quell’epoca. Con gli Azzurri disputò però solo qualche amichevole e qualche partita di Coppa Internazionale, per un totale di 9 presenze e 2 reti ma tanto gli bastò per entrare nella storia, nel lessico e, come dicevamo, nel dizionario.

LA GLORIA

Accadde tutto nella fredda Torino del 13 dicembre del 1931 durante, anzi alla fine, della partita di Coppa Internazionale contro l’Ungheria: Cesarini, con l’arbitro già pronto al triplice fischio, segnò una rete all’ultimo respiro portando gli Azzurri alla vittoria per 3-2. Quello che rende speciale questa storia è che questo fu l’unico gol segnato all’ultimo giro di lancette in Nazionale dall’oriundo.

Cesarini si distinse per altre prodezze di questo tipo in serie A contro l’Alessandria nel ‘31, contro la Lazio nel ‘32 e contro il Genoa nel ‘33. Sono bastati 4 gol per salvarlo dall’oblio e consegnarlo all’immortalità. E poco importa che, anche dopo il ritiro dal calcio giocato, Cesarini si sia tolto delle soddisfazioni anche da Direttore Tecnico, arrivando a conseguire con la Juventus nell’annata 1959-1960 il double composto da scudetto e Coppa Italia, il primo nella storia del club piemontese.

Che dire. Proprio oggi ricorre l’anniversario della morte di questo calciatore, morto a Buenos Aires il 24 marzo del 1969, che ebbe una buona carriera, si tolse parecchie soddisfazioni ma mai avrebbe potuto anche solo pensare di diventare una leggenda di questa portata. Non resta che provare rispetto ed ammirazione: è l’unico calciatore ad essere diventato un modo di dire.

Michele De Martin

Johan Cruyff, in memoria del Profeta del Gol

E’ passato già un anno da quando ci ha lasciati a soli 68 anni uno dei grandi del calcio, secondo alcuni il più grande, spazzato via prematuramente da una maledetta malattia che lo ha logorato in soli sei mesi senza lasciargli scampo. Stiamo parlando di Johan Cruyff.

 Johan Cruyff era il calcio. Era un calciatore universale, uno che poteva vantarsi di condividere lo spazio nell’immaginario collettivo con l’elite del pallone e di essere richiamato nei discorsi degli appassionati al fianco di nomi che hanno segnato le loro epoche e che fanno paura solo a pronunciarli, come Pelè e Maradona, Di Stefano e Puskas e, venendo ai giorni nostri, Messi e Cristiano Ronaldo.

UNA CARRIERA DI SUCCESSI

La sua carriera è stata costellata di successi, in patria, con 9 campionati olandesi vinti tra Ajax e Feyenoord e all’estero, con la vittoria del campionato spagnolo nel 73-74 con la maglia del Barcellona ed ha avuto anche la benedizione delle competizioni europee, grazie alle 3 Coppe dei Campioni vinte con i “lancieri” insieme a una Supercoppa UEFA e ad una Coppa Intercontinentale.

Ma la sua grandezza è stata certificata anche dai successi a livello individuale se è vero, come è vero, che, fino all’arrivo dei “cannibali” Messi e Cristiano Ronaldo, deteneva, insieme con due poeti del calibro di Michel Platini e Marco van Basten, il record di Palloni d’oro assegnati da France Football: ben 3 (nel 1971, 1973 e 1974), venendo anche eletto secondo miglior calciatore del XX secolo, (dietro Pelé ma davanti a Maradona!), nella speciale classifica stilata dall’IFFHS.

La sua leadership lo portò a grandi risultati anche da allenatore, dove, negli 11 anni di carriere alla guida di Ajax e Barcellona, fu in grado di vincere ben 4 campionati spagnoli, 1 Coppa di Spagna e 2 Supercoppe di Spagna, 2 Coppe d’Olanda, 2 volte la Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa UEFA e 1 Coppa dei Campioni. Si, perché Cruijff è uno dei sette allenatori ad aver vinto la Coppa dei Campioni dopo averla conquistata da giocatore: in compagnia di Miguel Muñoz, Giovanni Trapattoni, Josep Guardiola, Frank Rijkaard, Carlo Ancelotti e Zinedine Zidane. Non c’è molto da aggiungere.

IL MONDIALE DEL 1974

Ma è con la Nazionale che la grandezza del “Pelè bianco” è deflagrata nel modo più evidente e chiaro, anche senza alzare alcun trofeo. Cruyff fu infatti l’anima della nazionale dei Paesi Bassi che ai Mondiali del 1974 in Germania Ovest fu in grado di inventare un nuovo modo di giocare a calcio, un modello che si fondava sul continuo movimento senza palla e sull’applicazione sistematica del pressing e del fuorigioco. Il totaalvoetbal, il calcio totale. Potremmo definirlo un embrione del moderno tiki-taka.

Quella Nazionale del 1974, guidata da uno dei teorici di questo calcio dispendioso e spettacolare Rinus Michels, era una macchina meravigliosa che, oggi diremmo, sembrava uscita da un videogioco. E Johan Cruijff ne era l’emblema, un mattatore che riduceva a meri comprimari campioni del calibro di Rep, Rensenbrink e Neskeens, che seguivano come adepti il continuo movimento del loro leader, come in una danza fluida e allo stesso tempo aggressiva.

La grandezza delle imprese di quella squadra in quel Mondiale è ancora più clamorosa se si pensa che era sfibrata internamente da mille frizioni ed invidie, dovute anche alle scelte estreme di Michels che l’aveva formata creando due blocchi inconciliabili che vedevano contrapporsi alle due estremità i giocatori dell’Ajax e quelli del Feyenoord.

Nonostante fratture insanabili, in campo i Tulipani erano una cosa sola, un’orchestra perfettamente in sintonia e con un unico direttore, che, dopo un facile girone di qualificazione, con vittorie su Uruguay e Bulgaria e pareggio con la Svezia, fu capace di schiantare, tra gli altri, l’Argentina con un sonoro 4-0 e il Brasile con un secco 2-0 arrivando in finale con i padroni di casa della Germania Ovest.

E anche la finale dell’Olympiastadion sembrò iniziare sotto i migliori auspici. Pronti-via e la palla è dei Tulipani che, con una serie incredibile di passaggi rapidi portano la palla in area di rigore, Cruijff punta la porta e viene steso da Berti Vogts, è rigore, che Neskeens realizza. Al primo giro di lancette siamo già 0-1 per l’Olanda e la Germania deve ancora toccare il pallone.

Ma si sa, i tedeschi non muoiono mai e, grazie alla grinta di Vogts, alla classe di Beckenbauer e alle reti di Breitner e del solito, mortifero, Gerd Muller riuscirono a ribaltare il risultato e vincere la partita con il punteggio di 2-1. Un finale amaro, ad un passo dal sogno, che i Tulipani di certo non meritavano.

Questo fu senza dubbio il punto più alto di Cruijff con la Nazionale. Dopo quell’esperienza, ci furono un terzo posto all’Europeo del 1976 e la mancata partecipazione ai Mondiali in Argentina del 1978, ma le prestazioni di quel Mondiale tedesco rimarranno per sempre impresse nella memoria di tutti gli appassionati, non solo di chi ebbe la fortuna di viverle in prima persona. E c’è da crederci, diedero al movimento calcistico olandese la spinta per giungere a quello che, ad oggi, rimane l’unico trionfo calcistico: La vittoria all’Europeo ’88 dove Van Basten (con il gol più bello della storia) e Gullit ebbero la meglio sulla Russia, nella sfida tra Palloni d’Oro con Belanov. Guarda caso ancora in Germania Ovest, ancora all’Olympiastadion, ancora con Rinus Michels alla guida: quasi una rivincita della sconfitta del 1974.

Cruijff era un leader nato e questo fece di lui un personaggio scomodo all’intero dello spogliatoio. Non si contano i litigi e le diatribe con i compagni di squadra che ne hanno forse limitato l’impiego in Nazionale. Ma, sotto la sua corazza di uomo deciso, batteva il cuore di un uomo vero, attento al sociale, tanto da dar vita a una fondazione benefica, la Johan Cruijff Foundation e che divenire testimonial di una celebre campagna antifumo.

Non ci resta che ricordarlo nel giorno del primo anniversario della morte. Un giorno buio, quel 24 marzo 2016, che ha tolto al mondo un grande campione e un grande uomo, il Profeta del Gol.

Michele De Martin

Patrizia Panico, la prima allenatrice di una Nazionale maschile

Davanti a Patrizia Panico c’è solo da sedersi, temperare la matita e prendere appunti. In rigoroso silenzio. Anche perché dinanzi a una vincente del calcio c’è poco da parlare e si avrebbe l’impressione di fare domande fuori luogo. Una spruzzata di numeri per capire il contesto: 664 reti segnate in carriera, attaccante di razza di Lazio, Torino, Modena, Milan, Torres, Bardolino (poi diventata Agsm Verona) e, infine, Fiorentina nella stagione 2015-2016. A 41 anni con 20 reti in 24 gettoni. In mezzo anche una brevissima esperienza negli Sky Blue di New Jersey.
Parentesi Nazionale: 110 gol in poco più di 200 presenze, primo posto nella classifica marcatrici, superando Elisabetta Vignotto con 102 gol e Carolina Morace, istituzione del calcio femminile, con 105 realizzazioni.
Cosa ha vinto? Dieci scudetti, cinque Coppe Italia e otto Supercoppe italiane. Capocannoniere di Serie A per 14 volte (12 da singola, due ex aequo).

Ora, per quanto il calcio sia stato scritto da penne maschili che narravano le gesta di uomini, si può dire che le imprese e i successi non hanno connotazioni femminili o maschili. Sono una gioia per gli occhi, traguardi da vivere perché emozionano. Poter imparare da Patrizia Panico, ripercorrere solo un centesimo della sua carriera è un trionfo che tu sia ragazzo o ragazza.


Alcuni parlano di traguardo storico; noi diciamo, invece, che è la piacevole conferma che il valore, quello vero e indiscutibile, non conosce etichette o paletti. Panico sarà la prima allenatrice italiana a sedere sulla panchina di una Nazionale azzurra maschile.
Guiderà l’Under 16 nella doppia amichevole contro la Germania, sostituendo il ct Daniele Zoratto, del quale Patrizia è già assistente tecnico, impegnato con la nazionale Under 19 nella fase Elite del Campionato Europeo.
Le partite in programma sono rispettivamente mercoledì 22 marzo ore 14:30 allo stadio Bentegodi di Verona e venerdì 24 marzo ore 11 allo stadio Comunale di Caldiero Terme. Ecco le sue parole:

Penso che bisogna abbattere ancora tanti muri e questa decisione è una cosa che aiuta a farli crollare. Essere la prima donna su una panchina di una Nazionale maschile è senz’altro un bel traguardo e mi piace pensare che questa mia prima volta possa esserlo anche per tante altre mie colleghe. Non sapevo nemmeno che Zoratto andasse via durante le date delle partite e comunque penso che sia una scelta giusta, visto che sono la sua assistente. La novità me l’ha comunicata Zoratto stesso ma non posso dire quale è stata la mia prima esclamazione…

Mondiale Spagna ’82: quel giorno, ho vinto anch’io!

«Cosa ci faccio qui?». L’attacco di responsabilità arrivò a sorpresa, subdolo e devastante: ma fu solo un attimo. Il bello dell’attimo è che dura un attimo: già, altrimenti che attimo sarebbe? A neanche 24 anni poi, gli attacchi di responsabilità sono per loro natura transitori, passeggeri: a 34 anni di meno, a 44 cominciano a farsi preoccupanti, a 54…beh, lasciamo perdere.

Ma allora, 5 luglio 1982, ero giovane e forte, come si dice nelle favole: e per l’appunto stavo vivendo una sorta di favola, un sogno nel quale ero immerso, con tutte le scarpe, da una settimana: da quando cioè mi trovavo a Barcellona, assieme a due pazzi scatenati, a seguire i Mondiali di calcio. Anzi, il Mundial.
Quando mi colse la domanda fatidica ero allo stadio Sarrià, in tribuna, proprio sotto la telecamera della Tv, a “los cinco de la tarde”: sole ancora dardeggiante, non si respira, come faranno fra poco quei disgraziati a correre 90 minuti e più?… Sì, l’attacco di responsabilità era già svanito, ora erano altre le domande che si affacciavano alla mia mente: ce la faremo? Zico, Socrates, Falcao, Eder, Cerezo…Ci vorrà qualcosa più di un miracolo! E Rossi che non vede palla? Chi la butta dentro? No, mettiamoci l’anima in pace, si torna a casa: noi sul serio, all’indomani, col nostro cassone; loro, gli azzurri, poche ore più tardi. Già rulla sulla pista de “El prat” un bel Boeing targato Alitalia…

Inni nazionali cantati a squarciagola, emozione al diapason, si comincia. Cinque minuti e la mia bottiglietta d’acqua è già finita: morirò di sete, me lo sento…Altri cinque e la t-shirt è tolta: maledizione come picchia, almeno me l’avvolgo attorno alla testa per non rischiare un coccolone.
Siamo quasi 10.000 italiani, in questo catino ribollente al centro della città di Gaudì, fra palazzoni che sbucano da dietro le tribune, e che sembrano pure loro assistere interessati allo spettacolo; gli altri però, la torcida, tutti rigorosamente in maglia gialla, sono minimo il doppio. Cantano, ballano sugli spalti, fieri, e consapevoli di essere i migliori. I più forti. Quelli che riporteranno a casa la Coppa, non hanno dubbi, dopo aver fatto fuori Maradona&C. appena tre giorni prima sul medesimo infiammato palcoscenico. Ero presente. E mi hanno fatto paura. No, non ce la possiamo fare…

Anche Samuel, il mio nuovo amico di Belo Horizonte conosciuto nel 2 stelle che ci ospita proprio dietro le ramblas, è convinto: ha già in tasca il biglietto per la semifinale del Camp Nou, mi ha detto la mattina a colazione:

Hombre, ti voglio bene, a te e a tutti los italianos, ma noi dobbiamo fare la storia…Mi dispiace!

Dove sarà, in mezzo a quell’enorme macchia color oro, che ondeggia minacciosa?

Mentre me lo chiedo fra me e me, Conti taglia il campo da destra a sinistra col suo mancino magico, dalla trequarti Cabrini la mette in mezzo ed accade l’incredibile: sì, il fantasma si ridesta all’improvviso, incrocia di testa sul palo lungo, Valdir Peres è battuto…Roba da matti, Rossi ha fatto goal!
E’ un unico maxi abbraccio fra me, Giuliano, Ivano, altri italianos lì vicino mai visti prima. Allora ce la giochiamo… Ce la giochiamo? Macchè, il dottore in viola caracolla in area, sulla destra, e trova un varco impossibile fra Zoff ed il palo. Dinone, ma che combini? Questa dovevi prenderla…

Riprendono fiato, e colore, i 20.000 canarini: tutto a posto, «Ora li sbraniamo», sembrano dire con il loro entusiasmo sempre più coinvolgente…Sì, in campo sono i più forti, ma il loro problema è che SI SENTONO i più forti: così, quando Oscar e Luisinho traccheggiano superbi dinanzi alla loro area di rigore, il numero 20 in maglia blu si inserisce furtivo, fa due passi e spara una bomba che il portiere neanche vede. Ecco, 2 a 1 per noi, Paolo è tornato d’improvviso Pablito, quello dell’Argentina!

Non ho più voce, gli occhi fuori dalle orbite, l’intervallo serve a calmarmi un po’… Poco però, la ripresa comincia con 11 assatanati che cingono d’assedio i nostri 16 metri, rimpalli, salvataggi, affanno perenne. Quella bottiglietta, inutile da un bel pezzo, chissà perché è ancora fra le mie mani: ne mordicchio il bordo nervosamente, la stringo sin quasi ad accartocciarla: no, va a finire che oggi ci lascio le penne, a 2000 chilometri da casa! Ma si può?
Quando Falcao, ad una 20ina di minuti dalla fine, la sbatte dentro, mi sento come quel condannato a morte che dopo lunga attesa sulla sedia elettrica, riceve la scossa fatale: sollevato, è paradossale, ma almeno così non soffro più… Grazie lo stesso azzurri, è stato bello, però quegli altri devono fare la storia…

La storia? Ma non gliel’ha detto nessuno, a quel diavolo: non lo hanno informato, si direbbe, che quel Boeing è là che li attende! E già, perché Paolino la ributta dentro, ed allora il vecchio Sarrià sembra crollare, sotto il peso dei 10.000 che impazziscono, e del sospiro atterrito dei 20.000: un gemito straziante. Non rammento più nulla da quel momento in avanti, se non il capitano che inchioda sulle linea la testata rabbiosa di Oscar.

Poi tutto sfumato, nebbioso, ma questa che vi dico ora la ricordo, eccome: al rientro in albergo, ebbri di felicità e non solo (qualche buona cerveza lungo il cammino ce la siamo concessa…), trovo Samuel ad aspettarmi: piange, di sicuro ininterrottamente da un paio d’ore o giù di lì. Ha in mano una maglia gialla, me la porge dicendo:

Tienila amigo, siete stati i migliori, suerte…Ora la Coppa portatela a casa voi!

Lo abbraccio, non son sicuro che una lacrimuccia –anche due-  non sia spuntata dai miei occhi. Prendo quel cimelio, ringraziando di cuore, con la mano sinistra: perbacco, cosa stringo nella destra?

Non ci posso credere: quella bottiglietta di plastica, tutta mangiucchiata. Ebbene sì, ancora adesso, a distanza di 35 anni, la conservo gelosamente nel mio comodino accanto al letto, a casa: una reliquia!
Insieme a quella maglia (negli anni a venire sarà autografata da due campioni del mondo, quali Ciccio Graziani e Marcello Lippi: ma questa è un’altra storia…), che ogni tanto tuttora indosso, al mare. Capita che qualcuno mi dica «Bella, dove l’hai presa?». Ed io sorrido…

Un’ultima cosa. Forse qualcuno si domanderà di quell’attacco di responsabilità del quale parlavo all’inizio. Già, dovevo essere a Città di Castello, la mia città, a preparare l’esame di Procedura penale che mi avrebbe spalancato le porte verso la laurea in Giurisprudenza: ma quando i due pazzi mi telefonarono, a fine giugno, «Noi fra due giorni si va: tu che fai?». La risposta la sapete già.
E la mia laurea, fra festeggiamenti vari ed ubriacature solenni–figurate, ma anche no- post/Mundial, slittò di un bel po’, al 26 giugno 1984, giusto due anni più tardi quei giorni magici. Sapete una cosa? Non me ne sono mai pentito… 

Foto di proprietà dell’autore del pezzo

 

L’autore

Rebo (nom de plume) è un funzionario pubblico, ormai diversamente giovane, che però continua a praticare sport quasi quotidianamente, dopo averlo a lungo – e lo fa ancora – raccontato come cronista: sulla carta stampata, in radio, in tv. Ama la sfumature, i voli pindarici, in contrapposizione al necessario rigore espositivo di quando raccontava le partite del Perugia in serie A alla radio -e la pay-tv non aveva ancora preso il sopravvento-. Ma è il tennis il suo top-sport, e non si capacita di come sul campo di gioco non riesca ad avere la stessa efficacia di Federer (a vederlo sembra tutto così semplice…). Se vuoi, lo trovi alla mail renbor1958@libero.it .  

 

La partita finisce quando l’arbitro fischia: le più incredibili rimonte nel calcio

La parola “remuntada” tanto in voga nella terminologia moderna e abusata del calcio, la inventarono proprio quelli del Barcellona, nel 2010, dopo la semifinale di andata contro l’Inter, persa 3-1 a San Siro. Una parola tanto inflazionata quanto di per sé poco appropriata perché, fino a quel giorno, di rimonta non se ne vide l’ombra. Il Barcellona, nel match di ritorno vinse 1-0, ma non riuscì a ribaltare il risultato.
Fino a quel giorno, appunto. Perché proprio i blaugrana hanno riscritto il capitolo “rimonte pazzesche e insperate” nell’ottavo di ritorno dell’edizione 2017 della Champions League. Dopo la disfatta all’andata contro il Psg capace di vincere 4-0, i ragazzi di Luis Enrique hanno sbaragliato la storia con un clamoroso 6-1, tanto roboante quanto drammaticamente realizzato negli ultimi minuti di partita.

Se lo sport sa regalarci imprese titaniche (ricordiamo il recente Super Bowl vinto dai Patriots e da Tom Brady o la più scanzonata rimonta di Steven Bradbury) è sul campo verde di gioco che abbiamo assistito a epinici drammaticamente emozionanti. Ecco alcune rimonte storiche:

1957, Charlton – Huddersfield 7-6

E’ la più incredibile rimonta nella lunga e gloriosa storia del football della Regina. Il Charlton Athletic, retrocesso in First Division, riesce nell’impresa di segnare ben sei reti in meno di mezz’ora. Alla vigilia di Natale, è il dicembre 1957,  l’Huddersfield Town di Bill Shankly (che renderà felici, in futuro, i tifosi del Liverpool) conduce per 5-1 grazie anche all’infortunio di Derek Ufton, capitano del Charlton che si è slogato una spalla dopo 17 minuti, lasciando la squadra in 10 uomini.
Johnny Summers è il condottiero di questa impresa: lui è l’autore del primo gol, poi serve l’assist a Johnny Ryan per il 5-2 ed è lui stesso a realizzare altre due reti fino al 78’. Quattro gol per lui e 5-5. Passano ancora tre minuti e Summers segna la sua quinta rete, ma l’Huddersfield non ci sta e a quattro minuti dallo scadere realizza il 6-6.
L’ultimo sussurro, però, porta la firma di Ryan che, nuovamente su assist del tarantolato Summers, realizza il definito 7-6.
L’Huddersfield è l’unica squadra inglese a perdere una partita nonostante la realizzazione di sei gol. Attorno a questa partita leggendaria c’è un aneddoto: a fine primo tempo Summers è stato costretto a cambiare le sue scarpe “fortunate” perché malconce.  Lui, mancino naturale, segnò tutte le reti col piede destro;

 

1966, Corea del Nord – Portogallo 3-5

Mondiali in Inghilterra. Nella patria delle scommesse folli, alla vigilia, nessuno avrebbe puntato un centesimo per vedere ai quarti di finale la Corea del Nord e l’acerbo Portogallo. Gli asiatici, però, avevano battuto incredibilmente l’Italia, mentre i lusitani potevano contare sull’estro di Eusébio. Eppure, il timore di un’altra sconfitta clamorosa simile a quella degli Azzurri, sembra prendere forma quando, alla stadio Goodison Park di Liverpool, la Corea del Nord conduce il match per 3-0 dopo 25 minuti.
Ma la pantera nera non ci sta e ruggisce: quattro sue gol permettono al Portogallo di rimontare mentre José Augusto realizza il definitivo 5-3;

 

1970, Germania Ovest- Inghilterra 3-2

Sono passati quattro anni dalla finale di Wembley del 1966 con la vittoria degli inglesi sui tedeschi. In Messico, per i Mondiali del ’70, Germania Ovest e Inghilterra si ritrovano di fronte nei quarti di finale, ma questa volta sono i teutonici ad alzare le braccia al cielo vincendo per 3-2, al termine di un match incredibile.
Gli inglesi, infatti, avanti 2-0, si fanno rimontare e superare nei tempi supplementari trascinati da un sontuoso Beckenbauer, fulcro e autore della prima rete e da Gerd Muller che realizza la rete del 3-2. La svolta del match però è l’ala destra Grabowski che, entrato sullo 0-2, è stato capace di mandare in tilt la difesa inglese;

 

1999, Manchester United – Bayern Monaco 2-1

 

Era moderna, stessa tragedia greca. Finale di Champions League edizione 1999, stadio Camp Nou di Barcellona.

Spuntai sul campo per la premiazione e rimasi confuso. Pensai: “Non è possibile, chi ha vinto sta piangendo e chi ha perso sta ballando”

Lennart Johansson, presidente dell’Uefa, si era allontanato proprio durante i minuti di recupero. Aveva lasciato il match sull’1-0 a favore dei bavaresi che erano passati in vantaggio al ‘6 con una punizione di Basler e aveva più volte sfiorato il raddoppio con pali e traverse.
Ma i Red Devils tentano il tutto per tutto ed entrano in campo i due attaccanti Teddy Sheringham e Ole Gunnar Solskjær. Incredibilmente sono proprio loro a ribaltare il risultato: infatti nei due minuti di recupero concessi da Pierluigi Collina, prima l’attaccante inglese corregge un tiro quasi innocuo di Ryan Giggs, poi sugli sviluppi di un corner la punta norvegese è rapidissimo a girare sotto la traversa il gol che regala al Manchester la coppa che mancava da 31 anni;

 

2001, Tottenham – Manchester United 3-5

E’ ancora il Manchester United, questa volta in Premier League, stagione 2001-2002. Nonostante gli acquisti di Veron e Ruud van Nisterlooy, il team di Alex Ferguson non riuscirà a vincere il quarto campionato di fila che passerà nelle mani dell’Arsenal.
Ma a Londra, al White Hart Lane, a settembre, il Manchester United si dimostra ancora bestia da rimonta: il Tottenham, sopra di tre reti nel primo tempo (Richards, Les Ferdinand e Ziege) si fa travolgere nella ripresa dai Red Devils con le marcature di Cole, Blanc, van Nistelrooy, Veron e Beckham;

 

2004, Deportivo la Coruña – Milan 4-0

E’ un momento storico favorevole al Milan: con l’arrivo di Ancelotti in panchina, i rossoneri ritornano a far paura in Europa e in Italia. Ma tra serate indimenticabili e gloriose, il Milan è anche scivolato clamorosamente, inspiegabilmente.
Nei quarti di finale di Champions League del 2004, il Milan forte del 4-1 all’andata sugli spagnoli anche grazie a un bellissimo gioco, si presenta al Riazor, ma si spegne la luce. Il Milan soccombe mentre sin dall’avvio, il Deportivo crede nella rimonta e va a segno prima con Pandiani dopo soli 5 minuti e poi con Valeron, Luque e Fran;

2004, Inter – Sampdoria 3-2

E’ il simbolo delle rimonte neroazzurre. E’ la personificazione pratica dell’Inter, della sua pazzia che sa coinvolgere i tifosi. Dalla disperazione all’esaltazione in sei minuti.
A San Siro, Tonetto porta in vantaggio la Sampdoria al termine del primo tempo, poi al 36’ è addirittura 0-2 con la firma di Kutuzov. Tifosi blucerchiati sorpresi, quelli interisti attoniti. Qualcuno inizia ad andare a casa, ma l’Inter resta sul campo, concentrata fino a quando non sente il fischio finale.
Prima Martins, poi Vieri e poi il sinistro chirurgico di Recoba. Antonioli rimane di pietra, Mancini, allenatore dell’Inter, balza da un lato all’altro della panchina. E’ delirio a San Siro;

2005, Liverpool – Milan 3-3

Sei minuti. E’ il giro di lancette più drammatico nella storia dei rossoneri. A Istanbul, 50esima finale di Champions League contro il Liverpool, ancora oggi in molti si chiedono cosa sia davvero successo. Il Milan è alla sua decima finale, un Milan spumeggiante con Kakà ormai affermato, Shevchenko e Crespo letali punte offensive, che sblocca il match già in apertura, dopo nemmeno un minuto, proprio con il capitano Paolo Maldini.
Poi Crespo ne fa due; il Milan sfiora anche il quarto gol, ma nella ripresa, in 360 secondi succede l’imponderabile: prima Gerrard di testa, poi Smicer da fuori area e poi Xabi Alonso sulla ribattuta di un rigore parato da Dida.
I rossoneri si scuotono, sfiorano la rete del vantaggio ma Dudek è in stato di grazia. Blinda tutto, con fare alla Grobbelaar, anche dagli 11 metri, durante la lotteria dei rigori;

2016, Liverpool – Borussia Dortmund 4-3

E’ la più fresca, ma anche la più pirotecnica vittoria in rimonta. In Inghilterra, il giorno dopo si parlava dei nuovi “Fab four”, reminiscenza dei Beatles, per descrivere le emozioni provate alle quattro reti. Anfield è il teatro di un match dai tanti sentimenti: Jurgen Klopp, sulla panchina dei Reds, ritrova il Dortmund che ha reso spettacolare e vincente.
Dall’inferno d’inizio partita (due gol del Dortmund in otto minuti con Mkhitaryan e Aubameyang) al paradiso dei minuti finali. Il 2-1 di Origi che dà speranza, poi la rete del 3-1 di Reus sembra chiudere i giochi. Ma la Kop spinge e crede nell’impresa: prima Coutinho, poi Sakho e, infine, Lovren di testa nel recupero. Dopo l’1-1 dell’andata i padroni di casa conquistano una semifinale che a un quarto d’ora dal termine della partita sembrava impossibile da agguantare.

Uefa Nations League: che sia vera rivoluzione?

E’ di pochi giorni fa la notizia dell’ufficialità di quella che probabilmente si rivelerà una delle idee più vincenti ed azzeccate sgorgate dai cervelli dei massimi esponenti dell’Uefa: La Uefa Nations League.
Il nuovo torneo avrà cadenza biennale e si pone quale principale finalità quella di aumentare la reputazione e l’interesse per le Nazionali, andando a sostituire di fatto quelle che sono le tradizionali amichevoli stabilite dal calendario delle competizioni internazionali Fifa con un vero e proprio torneo.

Era infatti palese come il meccanismo di amichevoli di preparazione in essere risultasse ormai poco stimolante e venisse vissuto più come un fastidioso diversivo al week-end di campionato che come occasione di rappresentare a livello mondiale i propri colori nazionali, rivelandosi pertanto poco probante.

Il dibattito sulla creazione della competizione era partito già nel 2011 sotto la presidenza Platini in occasione del Meeting Strategico 2011 a Cipro ed è proseguito in occasione di una serie di incontri di Top Executive Programme (Tep) negli ultimi quattro anni, nella fattispecie: la riunione dei segretari generali Uefa a Stoccolma nel 2013, il Meeting Strategico Uefa a Dubrovnik nel 2014, diverse riunioni della Commissione Competizioni per Squadre Nazionali Uefa e più di recente una serie di incontri regionali Tep in Europa.

Ma come funzionerà questa innovativa competizione? Il format è quanto mai dettagliato e prevede meccanismi di promozione e retrocessione ed avrà addirittura effetti diretti sulla composizione dei prossimi Europei. Vediamo in che modo:

La Uefa Nations League sarà composta da quattro Campionati a loro volta suddivisi in quattro Gruppi da tre o quattro squadre. Le 55 rappresentative, saranno inserite nel proprio torneo (A-B-C-D) in base all’effettivo valore in modo tale da garantire gironi il più possibile competitivi ed appassionanti.
Pertanto, nel campionato A, si affronteranno le Nazionali con un ranking più elevato e via dicendo fino al Girone D che vedrà competere le Nazionali con un ranking più basso.

Per la prima edizione, faranno testo i coefficienti Uefa del 15 novembre 2017, vale a dire quella che avrà valenza fino alla conclusione dei Mondiali del 2018.
Le quattro vincitrici di ogni torneo, che prevede gare di andata e ritorno, si qualificheranno per la Final Four con gare ad eliminazione diretta stabilite da un sorteggio. La squadra che trionferà nella Final Four sarà ovviamente eletta campione della Uefa Nations League.
Venendo al meccanismo di promozioni e retrocessioni, le vincitrici dei vari gironi, ad eccezione del Torneo A, verranno promosse nel Torneo superiore, le ultime quattro classificate verranno invece retrocesse.

Ma, come detto, la Uefa Nations League sarà anche importante in ottica Europei poiché, in base ai risultati, verranno determinate quattro qualificate al massimo torneo continentale, una per ogni girone. Nell’anno dei Campionati Europei, a marzo, verranno disputati dei play-off ai quali prenderanno parte le vincitrici di tutti e quattro i gironi.
Nel caso in cui una di queste squadre abbia già ottenuto la qualificazione, verrà sostituita da una rappresentativa dello stesso gruppo non qualificata in base alla sua posizione nel Ranking. Gli accoppiamenti dei play-off verranno stabiliti dai risultati ottenuti nel corso della Uefa Nations League.

La prima Uefa Nations League prenderà il via nel settembre del 2018, dopo i Mondiali di Russia e si chiuderà nel giugno del 2019, contribuendo quindi alla creazione di quello che sarà il tabellone di Euro 2020, visto che anche la fase di qualificazione diventerà molto più snella.

Va infine specificato che la Uefa Nations League e le Qualificazioni Europee aderiranno al già esistente calendario per gare delle nazionali, non comportando ulteriori carichi di lavoro su giocatori e club e preservando così il già instabile equilibrio nei rapporti Nazionali – Club.

Senza dubbio si tratta di un progetto di grande impatto, per certi versi rivoluzionario, ma la domanda da porsi è: sarà effettivamente in grado di rivoluzionare la percezione degli impegni delle Nazionali – anche da parte degli stessi calciatori – nei periodi di transizione tra le massime manifestazioni continentali ed intercontinentali?
E’ evidente che, almeno sulla carta, la Uefa Nations League offrirà partite più stimolanti e con un maggiore grado di competizione alle squadre, contribuendo a creare un calendario dedicato e una struttura più articolata al calcio per nazionali, teoria peraltro confermata direttamente dalla voce di federazioni nazionali ed allenatori nel corso delle consultazioni con la Uefa effettuate nella fase di progettazione.

Il Torneo sarà occasione ghiotta soprattutto per le nazioni medio-piccole, poiché garantirà loro un percorso ulteriore per giocarsi un posto per le fasi finali dei tornei europei.

I presupposti sembrano buoni: che la rivoluzione sia divenuta realtà?

Michele De Martin

20 gennaio 1985: l’esordio in Serie A di Paolo Maldini

Quello del 1985 è un gennaio freddo, rigiro e con forte nevicate in gran parte del Nord Italia. Le città sono paralizzate, le strade ghiacciate e chiuse e, con loro, molte attività commerciali. Il Milan, domenica 20 gennaio, deve giocare in trasferta sul campo dell’Udinese, ma il match è a rischio.

La partita, complice l’arduo e generoso lavoro degli inservienti e degli spalatori, si riesce a giocare, ma sul pullman per la partita friulana non sale Tassotti. Al suo posto, alla prima convocazione in prima squadra, ci va Paolo Maldini.
Il figlio di Cesare, appena 16 anni, si accomoda in panchina con la maglia numero 14, accanto a Nuciari, Ferrari, Cimmino e Giunta. In campo, invece, l’allenatore Liedholm schiera in porta Terraneo, in difesa Galli, Baresi, Russo e Di Bartolomei, a centrocampo Evani, Verza, Battistini e Manzo dietro alle due punte Hateley e Incocciati.

L’Udinese passa in vantaggio al minuto 11 con la bella rete di Selvaggi che dribbla in area difensore e portiere, mentre Battistini si infortuna poco prima dell’intervallo. Durante la fine del primo tempo, Maldini, che non pensava minimamente alla possibilità di esordire in Serie A e pensava solo a coprirsi dal gelo, fu richiamato da Liedholm: «Dove preferisci giocare?», disse lui. «Io solitamente gioco a destra, mister», rispose l’erede di Cesare.

Così il ragazzino di 14 anni inizia la sua lunga storia d’amore con il Milan. Sul campo è già sicuro e determinato: lo si vede chiudere in scivolata un paio di interventi, marchio di fabbrica per tempismo e puntualità della sua carriera. Il Milan raggiunge il pareggio al 63’ con la rete dell’inglese Hateley, abile a cogliere per primo una punizione deviata di Di Bartolomei.

 

Per il calcio italiano e per quello internazionale, il 20 gennaio 1985 non è un giorno qualsiasi: cinque Champions League, sette scudetti, tanti riconoscimenti e 902 partite sempre con la stessa maglia, dopo tutto questo è ancora oggi ricordato come il giorno del debutto di Paolo Maldini. Con il Milan ha vinto tanto, tutto quello che si poteva conquistare in un club; rimarranno amare delusioni, invece, con la Nazionale. Pilastro della difesa, 126 presenze di cui 74 da capitano, Maldini ha disputato ben 4 Mondiali.

Dopo la fallimentare spedizione del 1986, Azeglio Vicini, nuovo ct, opera un profondo ricambio generazionale, puntando su molti dei ragazzi che aveva cresciuto nell’Under-21, a cominciare dallo stesso Maldini. Nel Mondiale casalingo del 1990, il giovane difensore viene impiegato in tutte le sette partite disputate dalla formazione azzurra, che si ferma a un passo dal traguardo, perdendo ai rigori la semifinale contro l’Argentina.
Forse più amara delusione, Maldini la vivrà quattro anni dopo, in Brasile: ancora impiegato in tutte le partite, questa volta da Sacchi, il leader della difesa assieme ai suoi compagni vede sfumare il successo, ancora ai rigori, questa volta in finale contro i padroni di casa.

Terzo Mondiale, terza volta fuori dagli 11 metri: dopo l’addio di Franco Baresi, Maldini diventa il nuovo capitano degli azzurri, allenati da suo padre Cesare. Anche in questa occasione, a Francia 1998, è titolare in tutte e cinque le partite degli azzurri, sconfitti ai quarti dai transalpini.
E’ Trapattoni, l’ultimo ct a schierarlo in campo: nel quarto Mondiale, quello in Corea e Giappone del 2002, l’Italia non impressiona e, negli ottavi di finale, contro la Corea del Sud è proprio un suo errore a permettere all’attaccante Ahn di realizzare il golden gol che vale ai coreani l’accesso ai quarti.
E’ l’ultima apparizione di Paolo: al termine della manifestazione, sommerso dalle critiche, Maldini decide di dire addio alla maglia azzurra.

Ma facciamo un salto indietro, a quell’Udinese – Milan di 32 anni fa. Nils Liedholm a fine partita disse:

Paolo ha un grande avvenire

Fantasia e genio, nessuno come lui: Roberto Baggio e il Pallone d’oro del 1993

Se non è stata una “maggioranza bulgara”, poco c’è mancato: 142 voti su 155 disponibili, un’annata da incorniciare per giocate e gol e con la Coppa Uefa alzata davanti ai musi lunghi dei tedeschi del Borussia Dortmund. Il 28 dicembre 1993, Roberto Baggio vince il Pallone d’oro. Con la Juventus, il Divin Codino si afferma e si consacra nel panorama calcistico internazionale. Il riconoscimento della rivista francese France Football non lascia dubbi: nessuno può eguagliare il talento italiano. Alle sue spalle, distaccati, l’olandese Dennis  Bergkamp, che quell’estate passerà dall’Ajax all’Inter, e l’istrionico francese Eric Cantona, idolo tra i tifosi del Manchester United.

Dopo la convincente vittoria della Juventus per 3-1, nell’andata della finale di Coppa Uefa contro il Borussia Dortmund al Westfalenstadion, è lo stesso calciatore nato a Caldogno a ironizzare, dopo avere segnato una doppietta, sulla sua possibilità di alzare il trofeo dorato: «Il Pallone d’oro io a Baggio lo darei».
Con il 3-1 all’andata e il 3-0 al ritorno a Torino, quei pochi scettici si convincono della strepitosa annata del talento con il numero 10 cucito sulle spalle. Del resto, i numeri della stagione 1992-1993 parlano chiaro, chiarissimo: in Serie A, Baggio gioca 27 partite e realizza 21 rete, il suo rendimento migliore dopo la rinascita a Bologna nel 1997-1998 dove segnerà 22 marcature. Letale anche in Coppa Uefa con 6 gol in 7 gettoni.

Attorno ai suoi tocchi, alle sue giocate e al suo talento, la Juventus vuole ricucire i suoi successi, smarriti dopo l’addio di un altro fuoriclasse come Michelle Platini. Ma il Milan di Fabio Capello sfugge e, nonostante, il ricco bottino di segnature di Baggio (solo Signori fece meglio con 26 reti), la Juventus concluderà quarta con 39 punti, meno 11 rispetto al Milan. Unica pacata consolazione per il Divin Codino è la splendida rete che segna a San Siro, nella “Scala del calcio”, proprio ai rossoneri:

E’ in Europa, come detto, che la Juventus e Baggio trovano gloria: è proprio il fantasista ad aprire le marcature europee del club torinese nel 6-1 del primo turno contro i ciprioti dell’Anorthosis Famagosta. Poi un digiuno che si interrompe in semifinale, quando, contro il Paris Saint Germain, tira fuori tutta la sua classe segnando una doppietta nella vittoria per 2-1 all’andata e per 1-0 in terra transalpina. Da antologia i due gol segnati a Torino:

Alla premiazione del Pallone d’oro, Roberto Baggio disse:

Il Pallone d’oro è una cosa mia: sono sicuro che se scendeste in strada a chiedere ai tifosi cosa vorrebbero che vincessi vi risponderebbero lo scudetto, se sono juventini; il Mondiale, se non lo sono. Infatti i miei veri traguardi sono questi, come per un attore è bello vincere l’Oscar, ma è molto meglio se il pubblico apprezza il suo film

Il Mondiale negli Stati Uniti è, forse, il più grande rammarico nella carriera di Baggio e dei tanti tifosi che, in lui, avevano riposto speranze di successo. Dopo una stagione da protagonista, con la Juventus che è riuscita a issarsi al secondo posto, dietro sempre al Milan, nel 1994 Baggio trascinò l’Italia, praticamente da solo, in una storica finale contro il Brasile. Ma quel pomeriggio avverso, furono i rigori a strozzare le grida di gioia.
Il Divin Codino, però, non si è mai dato per sconfitto: al Milan, tra alti e bassi, non ha espresso tutta la sua grazia. E’ rinato a Bologna, è diventato leggenda a Brescia.

In una lettera rivolta ai giovani e ai suo figli, durante una serata del festival di Sanremo nel 2013, si intuisce perché è arrivato fin là, avendo il rispetto di tifoserie e avversi rivali. E’ stato e, forse lo è tutt’ora, il più grande calciatore italiano – e uomo- di sempre:

La lettera di Roberto Baggio indirizzata ai giovani 14-02-2013 (Sanremo 2013) from dioddo on Vimeo.