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Che intrigo Demirbay! Prima accetta la Turchia, poi dice sì alla Nazionale tedesca

Con i suoi sei gol e dieci assist Kerem Demirbay è stato tra i trascinatori che hanno portato il sorprendente Hoffenheim, in Bundesliga, a giocarsi l’accesso alla prossima Champions League. Il fantasista numero 13, però, si trova ora al centro di un intricato e spinoso caso diplomatico che coinvolge le Federazioni calcistiche di Turchia e Germania.

Nella giornata di mercoledì 17 maggio, il commissario tecnico della Nazionale campione del mondo, Joachim Löw , ha diramato le convocazioni per la prossima Confederations Cup che si giocherà in Russia a partire dal 17 giugno; una formazione “sperimentale”, nella quale non figurano Neuer, Hummels, Khedira o Muller, ma, per esempio, proprio Demirbay, al suo debutto nella Nazionale maggiore tedesca.

Dov’è l’intoppo? Semplicemente il ragazzo 23enne avrebbe ammesso, inizialmente, di preferire la Nazionale turca. E a conferma, c’è un documento, datato solo 15 maggio, scritto e firmato dallo stesso Kerem.
Nelle lettera inviata alla Fifa, infatti, si legge:

Ho già giocato con la Nazionale tedesca, ma a partire da adesso, vorrei giocare con la Nazionale turca. La mia famiglia viene dalla Turchia e io mi sento turco. E’ molto importante per me giocare per la mia Nazione…Capisco l’impatto di questo cambiamento e sono consapevole che questo cambiamento sarà definitivo

 

Sembra, dunque, che la decisione di Demirbay sia maturata solo nell’arco delle ultime 48 ore, lasciando sbigottito lo stesso Fatih Terim, ct turco, che era pronto a convocarlo per il match del prossimo 11 giugno contro il Kosovo. Lo stesso Terim aveva parlato con il consulente familiare confermando quanto scritto nella lettera, poi il cambio repentino di decisione che ha spiazzato tutti.
Demirbay ha dichiarato di aver firmato la lettera con noncuranza, senza controllare scrupolosamente cosa era riportato. La sua intenzione era semplicemente capire se ci fosse stata la possibilità di giocare per la Turchia, ma senza decisione vincolante.

Così, mentre in Turchia lo scandalo è si propagato, Demirbay ha smontato il caso, ammettendo di aver fatto un passo indietro:

Ho cambiato decisione all’ultimo momento. Ho preferito la Germania alla Turchia. Per me è un grande onore: quando è arrivata la chiamata del ct Löw non ci credevo

Demirbay è nato a Herten, paese della Renania Settentrionale-Vestfalia, il tre giugno 1993 e ha la doppia cittadinanza turca-tedesca. Dal settembre 2011 al marzo 2013 ha giocato dodici partite di prova nelle giovanili della Turchia, destando ottima impressione, ma sprovvisto al tempo di passaporto turco, non ha giocato nessuna partita ufficiale.
E’ stato, invece, convocato da Horst Hrubesch, ct della Germania, per gli Europei Under 21 in Repubblica Ceca, dove però non è mai stato utilizzato nelle quattro partite del torneo.

Giovanni Sgobba

Abbandonato in un parco il podio sul quale l’Italia ha alzato la Coppa del Mondo nel 2006

Pane per i denti dei collezionisti italiani negli ultimi giorni. Dopo la storia del rarissimo album Panini dei Mondiali del 1970 in Messico, completo di tutte le figurine e con due autografi di Pelé, dalla Germania arriva una fotografia che ha scomposto numerosi tifosi e appassionati di calcio in Italia. Un cimelio, un “must have” dimenticato.

Vi ricordate il podio sul quale Fabio Cannavaro, durante la notte del nove luglio 2006, ha alzato nel cielo di Berlino la Coppa del Mondo? Sì proprio quel podio dove gli azzurri di Marcello Lippi hanno esultato dopo aver battuto la Francia nella finale dell’Olympiastadion.
E’ un simbolo, di certo non da conservare in casa in una vetrinetta, ma quanto meno ci sarebbe piaciuto vederlo a Coverciano o in qualche sede ufficiale della Figc. Invece è ancora in Germania e questo non sarebbe un problema: è all’Olympiastadion, anzi, per meglio dire, è abbandonato come un rifiuto nel parco che circonda lo stadio.

Ci sentiamo un po’ tutti come quando Checco Zalone, nel film “Cado dalla nubi”, scopre che il padre della ragazza che le piace ha buttato tutte le orecchiette nella spazzatura. «Madre, perdonili (verbo volutamente sbagliato) perché loro non sanno quello che fanno». Espn.com, il network che ha denunciato l’episodio, ha contattato Martin Pallegen, portavoce dell’assessorato allo sport del Comune, il quale ha risposto: «Non posso dirvi da quanto tempo sia lì».

Senza giri di parole, invece, Lutz Imhof, event manager dell’Olympiapark, spiega:

E’ un avanzo. Una casa d’aste con sede ad Amburgo, che agisce per conto della Fifa, non è riuscita a venderlo: un paio di italiani si sono interessati, ma nessuno l’ha mai comprato. Adesso, chi lo vuole, lo può prendere

Sebbene stia cadendo a pezzi, il podio, nonostante il deterioramento causato da 11 anni di abbandono, fa ancora gola. Rievoca suggestivi ricordi e c’è chi sembra essere davvero intenzionato a riprenderselo. Uno che proprio in quella finale ha segnato, si è trovato al centro di un episodio controverso che ha segnato il calcio moderno e che ha messo un cappellino, durante la festa, sulla Coppa del Mondo realizzata dallo scultore italiano Gazzaniga.
In quel Mondiale c’è tanto di Marco Materazzi, dal gol contro la Repubblica Ceca a quello nella finale contro la Francia, dall’espulsione contro l’Australia alla testata ricevuta da Zidane. Fino al rigore segnato nella lotteria finale. Così, attraverso la Gazzetta dello Sport, l’ex difensore dell’Inter fa sapere: «Lo voglio io».

Bastano 14 secondi per togliere un rigore: la moviola per la prima volta in Italia

Vi avevamo parlato del traguardo storico di Patrizia Panico, prima allenatrice in Italia a guidare una formazione maschile. Per la doppia amichevole tra Italia e Germania, formazioni under-16, si è seduta, infatti, sulla panchina degli azzurri sostituendo il ct Daniele Zoratto.
Ma l’amichevole giocata a Verona il 22 marzo ha segnato un’ulteriore svolta epocale per lo sport più seguito nella penisola. Anzi se vogliamo, è crollato uno dei tabù del calcio perché la moviola è entrata letteralmente in campo. E’ stato, infatti, annullato il primo calcio di rigore grazie all’ausilio della Var (Video assistance referee). E sono bastati, udite udite, solo 14 secondi.

Al minuto 73, l’arbitro Orsato ha prima concesso un penalty ai tedeschi, poi dopo essersi consultato con Rocchi e Valeri (video assistenti) è tornato sui suoi passi: il fallo da rigore c’era, ma il calciatore tedesco Grimm, prima di essere steso da Russo, era partito da una posizione di fuorigioco. Per prendere la decisione, come detto, sono stati necessari 14 secondi. Roberto Rosetti, ex arbitro e attuale responsabile del progetto Var per l’Italia ha spiegato:

I video assistenti arbitrali hanno appurato che la segnalazione del rigore era corretta, poi hanno rivisto l’azione e si sono accorti che l’attaccante tedesco era partito in fuorigioco di una cinquantina di centimetri e hanno avvisato Orsato. La gestione dell’episodio è stata ottima e la revisione è durata in totale soltanto 14 secondi

 

Sul risultato, invece, pochi dubbi. La Germania si è imposta 4-1 con le reti di Khan Agha al 2′; raddoppio al 12′ grazie ad Hartmann; 3-0 al 35′ con Grimm e poker calato al 23′ della ripresa sempre con Hartmann. Piccoli ha realizzato il gol della bandiera, dopo l’episodio da moviola. Queste le parole dell’allenatrice Panico:

Sapevamo che la Germania è una grandissima squadra e lo ha dimostrato. Noi siamo entrati probabilmente in campo un po’ timorosi, con un approccio alla gara troppo soft. I ragazzi sono stati bravi a non arrendersi e hanno cercato di recuperare il risultato. Abbiamo tanto lavoro da fare. Il mio esordio? L’attenzione mediatica è stata enorme, ma sono sempre rimasta serena. Sono una persona molto equilibrata che non si lascia trasportare dalle emozioni anche se devo ammettere che ascoltare l’inno mi trasmette sempre una bellissima sensazione. Rappresentare l’Italia è da sempre per me motivo di grande orgoglio.

Patrizia Panico, la prima allenatrice di una Nazionale maschile

Davanti a Patrizia Panico c’è solo da sedersi, temperare la matita e prendere appunti. In rigoroso silenzio. Anche perché dinanzi a una vincente del calcio c’è poco da parlare e si avrebbe l’impressione di fare domande fuori luogo. Una spruzzata di numeri per capire il contesto: 664 reti segnate in carriera, attaccante di razza di Lazio, Torino, Modena, Milan, Torres, Bardolino (poi diventata Agsm Verona) e, infine, Fiorentina nella stagione 2015-2016. A 41 anni con 20 reti in 24 gettoni. In mezzo anche una brevissima esperienza negli Sky Blue di New Jersey.
Parentesi Nazionale: 110 gol in poco più di 200 presenze, primo posto nella classifica marcatrici, superando Elisabetta Vignotto con 102 gol e Carolina Morace, istituzione del calcio femminile, con 105 realizzazioni.
Cosa ha vinto? Dieci scudetti, cinque Coppe Italia e otto Supercoppe italiane. Capocannoniere di Serie A per 14 volte (12 da singola, due ex aequo).

Ora, per quanto il calcio sia stato scritto da penne maschili che narravano le gesta di uomini, si può dire che le imprese e i successi non hanno connotazioni femminili o maschili. Sono una gioia per gli occhi, traguardi da vivere perché emozionano. Poter imparare da Patrizia Panico, ripercorrere solo un centesimo della sua carriera è un trionfo che tu sia ragazzo o ragazza.


Alcuni parlano di traguardo storico; noi diciamo, invece, che è la piacevole conferma che il valore, quello vero e indiscutibile, non conosce etichette o paletti. Panico sarà la prima allenatrice italiana a sedere sulla panchina di una Nazionale azzurra maschile.
Guiderà l’Under 16 nella doppia amichevole contro la Germania, sostituendo il ct Daniele Zoratto, del quale Patrizia è già assistente tecnico, impegnato con la nazionale Under 19 nella fase Elite del Campionato Europeo.
Le partite in programma sono rispettivamente mercoledì 22 marzo ore 14:30 allo stadio Bentegodi di Verona e venerdì 24 marzo ore 11 allo stadio Comunale di Caldiero Terme. Ecco le sue parole:

Penso che bisogna abbattere ancora tanti muri e questa decisione è una cosa che aiuta a farli crollare. Essere la prima donna su una panchina di una Nazionale maschile è senz’altro un bel traguardo e mi piace pensare che questa mia prima volta possa esserlo anche per tante altre mie colleghe. Non sapevo nemmeno che Zoratto andasse via durante le date delle partite e comunque penso che sia una scelta giusta, visto che sono la sua assistente. La novità me l’ha comunicata Zoratto stesso ma non posso dire quale è stata la mia prima esclamazione…

Stevie, it’s over

Lo abbiamo lasciato piegato in due su se stesso, con il fraterno abbraccio di Luis Suarez a consolare chi, nella sua lunga, tenace e sempre controcorrente carriera, si è ritrovato a lottare contro nemici più grandi di lui. Capitano del Liverpool, capitano dell’Inghilterra in un’era del football dal forte sapore amarognolo, dal grande potenziale smarrito per strada. Una condanna eterna, per chi nell’eternità ci entra a colpi di tackle, sassate da fuori area e inserimenti puntuali. Geometra e scassinatore, progressista del centrocampo moderno. Steven Gerrard, annunciando il suo ritiro dal calcio giocato ha detto:

Ho avuto una carriera incredibile e sono grato per ogni momento della mia carriera a Liverpool, con l’Inghilterra e nei Los Angeles Galaxy. Mi sento fortunato ad aver vissuto così tanti momenti meravigliosi nel corso della mia carriera

Se con il Liverpool la gioia più grande l’ha provata nella notte pirotecnica di Istanbul con la vittoria della Champions League ai danni del Milan, in Nazionale le cose sono andate diversamente. Drammaticamente. Dalla felicità del suo esordio, il 31 maggio 2000, a 20 anni compiuti da un giorno, alla prima acerba delusione per il Mondiale del 2002 saltato per un infortunio, fino ai ripetuti ceffoni presi nelle edizioni successive. Dodici partite in tutto, da Germania 2006 a Brasile 2014. Lui ha provato a invertire un destino nefasto, un peccato originale che la Nazionale inglese si trascina da mezzo secolo. Ecco alcune istantanee che immortalano gli alti e i bassi di Gerrard nelle sue esperienze mondiali:

10 giugno 2006 – L’esordio in un Mondiale con la maglia dell’Inghilterra

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E’ il primo Mondiale per Steven Gerrard, gara d’esordio nel Girone B contro il Paraguay e lo inizia alla sua maniera. Tanta intensità a centrocampo, derviscio trita palloni ed entrate decise a tenaglia contro gli avversari sudamericani (vedere qui). Mentre Lampard, accanto a lui nella mediana di centrocampo, mantiene una certa compostezza mista a brillantina in testa e pensa principalmente ad avanzare e a cercare la rete, Stevie, fastidioso, si sporca sin da subito i calzettoni bianchi beccandosi un’ammonizione dopo appena 19’. Come diceva Brera, nella mente del numero 4 c’era solo da menare il torrone;

15 giugno 2006 – Il primo gol al Mondiale

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Va bene essere sporchi e cattivi, ma Gerrard, colui che ha anticipato i tempi incarnando il ruolo del centrocampista fosforo&tacchetti, doveva lasciare il suo timbro personale – non sui parastinchi degli avversari – al Mondiale in Germania. Contro Trinidad&Tobago, in un match viscoso sbloccato solo sul finale da Peter Crouch, il ragazzo del Liverpool chiude i giochi al 91’ con un bel tiro di sinistro piazzato all’angolino alto, dopo una bella finta a rientrare da fuori area;

20 giugno 2006 – Usa la testa Stevie!

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La Nazionale dei Tre Leoni, che ha raccolto più punti che bel gioco, si fa travolgere dagli assalti della Svezia. Il gol spettacolare di Joe Cole non cambia la storia dell’incontro, fino all’ingresso di Gerrard. Entrato al 70’, quando l’1-1 sembrava andar più che bene all’Inghilterra e strettissimo agli svedesi, dopo 16 minuti, il centrocampista riceve in area un cioccolatino morbido del solito Joe Cole e dolcemente, ma con giustezza infila Isaksson di testa. L’incontro termina comunque 2-2 e l’Inghilterra di Sven-Göran Eriksson accede agli ottavi contro l’Ecuador;

1° luglio 2006 – Non è da questi particolare che si giudica un giocatore

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Rigori, dannati rigori. Contro il Portogallo, l’Inghilterra crea tante occasioni quante ne ha avute in tutti i match precedenti della fase a gironi, nonostante l’inferiorità numerica per l’espulsione scellerata di Rooney al 62’. Non bastano 120 minuti: Ricardo e la difesa portoghese alzano le barricate e, in queste circostanze (Gerrard lo sa bene pensando a Milanliverpooltreatre), chi l’ha giocata meglio alla fine cade nel tranello della tensione, della paura. Dagli 11 metri sbaglia subito Lampard, la rimette in piedi Hargreaves, poi crollo definito proprio di Stevie G. e del suo fido alleato in zona Merseyside, Jamie Carragher. Quattro rigori, tre errori, auf Wiedersehen Mondiale;

12 giugno 2010 – Con la fascia di capitano al braccio

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Dopo la clamorosa mancata qualificazione agli Europei del 2008, l’Inghilterra si presenta al Mondiale del 2010 con Fabio Capello in panchina e Steven Gerrard a guidare una Nazione con la fascia di capitano al braccio. E’ un tentativo di rinascita dopo la fallimentare gestione di McLaren, lo scandalo che coinvolse la vita privata di Terry, capitano fino a quel momento. Nei piani di Capello, in realtà, la fascia sarebbe spettata a Rio Ferdinand, ma un infortunio gli fece saltare quell’edizione dei Mondiali. Gerrard, in questa tormenta, è sempre lì: nel match d’esordio contro gli Stati Uniti è proprio lui a segnare la prima rete dell’Inghilterra. Classico inserimento che lo hanno reso giocatore moderno e poliedrico. L’incontro finirà 1-1;

27 giugno 2010 – La disfatta tedesca

Le istantanee che hanno fatto la storia di questo incontro e del calcio moderno sono due: il frame che immortala il gol di Lampard non convalidato, nonostante la palla avesse superato di netto la linea e la successiva disperazione del centrocampista del Chelsea. Quello in Sudafrica è stato un Mondiale sciapo per l’Inghilterra: dopo il pareggio all’esordio, segue uno spento 0-0 contro l’Algeria e una vittoria risicata contro la Slovenia. Contro la Germania è notte fonda: finisce 4-1, con la beffa di una possibile rimonta strozzata da un gol non visto (poteva essere il possibile 2-2). Unico sussulto parte dal solito piede di Gerrard che scodella in mezzo il cross per il 2-1 momentaneo realizzato dal difensore Upson. Solo tre reti per i Tre Leoni a questo giro: il capitano del Liverpool, magra soddisfazione per un Mondiale condotto da capitano, partecipa attivamente in due di queste;

19 giugno 2014 – La fine di un’era sbagliata: sconfitta contro l’Uruguay e titoli di coda

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Un lento declino che trova nel Mondiale del 2014 in Brasile la mazzata finale. Lo scetticismo che c’è attorno a Roy Hodgson trova conferme sul campo: Gerrard è ancora il capitano di una Nazionale che prova a ridisegnarsi con Sturridge, Sterling e Wellbeck su tutti, ma che si affida ancora alla Golden Generation di Lampard, Rooney e Gerrard appunto. Ma le cose vanno male. L’Italia sconfigge l’Inghilterra all’esordio per 2-1, il girone D è anomalo con Uruguay e Costa Rica a dettare legge, l’Inghilterra annaspa e crolla proprio nel secondo incontro, contro Suarez&co.
E’ la cartolina di addio, poche parole scritte frettolosamente per dimenticare al più presto. E’ Suarez che abbraccia e consola Gerrard a fine incontro, due amici, due che hanno provato a scrivere un pezzo di storia a Liverpool. Ed è un peccato che sia stato proprio il centrocampista col numero 4 sulle spalle a spizzare la sfera di testa consegnandola al letale attaccante per il gol del 2-1. La Nazionale della Regina è già fuori, per Gerrard è l’ultima partita con la fascia da capitano: nell’ultimo, inutile, match contro il Costa Rica, entra, infatti, a partita in corso.

Dopo 14 anni, 114 presenze, 21 gol, tra gioie, lacrime e delusioni, tra contrasti, calzettoni sporchi e tagliati e la carica di un condottiero che si è perso tra primedonne, quella volta chiuse con la Nazionale. Questa volta è davvero finita. Stevie, it’s over.

Miroslav Klose, l’attaccante più prolifico nella storia dei Mondiali di calcio

La capriola al volo in avanti e il gesto dell’ok, la sua firma al termine di ogni gol. Di capriole ne ha fatto più di 300 durante la sua lunga e prolifica carriera di attaccante: ora, Miroslav Klose, a 38 anni, ha deciso di ritirarsi dal calcio. Svincolato dalla Lazio dopo cinque anni in cui ha dimostrato di essere ancora attratto dal gol, rimasto senza squadra, ha rifiutato possibili trasferimenti esotici e ha deciso di appendere le scarpe al chiodo.

Cecchino di area di rigore, ariete puntuale con i suoi stacchi di testa o le incursioni sul filo del fuorigioco, Klose, nato a Opole, in Polonia, nel 1978, si è trasferito a Kusel, con papà Jozef e mamma Barbara, nel 1986. Ha iniziato nella squadra locale di Blaubach-Diedelkopf , da qui è iniziato il suo rapporto di “dipendenza” con la rete, con il gol e l’esultanza: 339 gol in totale tra Homburg, Kaiserslauter, Werder Brema, Bayern Monaco, Lazio e Nazionale di calcio tedesca, una sfilza di portieri impallinati e soprattutto il record di miglior marcatore assoluto nella storia dei Mondiali di calcio, con ben 16 reti.
Meglio di Ronaldo, fermo a 15 reti, meglio del so connazionale Gerd Müller coi suoi 14 gol; più letale del francese Fontaine (13 realizzazioni in una sola edizione, Svezia 1958) o di Pelé. Un traguardo raggiunto l’otto luglio 2014, durante il Mondiale in Brasile, nella semifinale passata alla storia per il 7-1 che i tedeschi hanno rifilato ai padroni di casa. Una convocazione acciuffata in extremis a 36 anni, la quarta partecipazione in una fase finale per l’attaccante di origini polacche che sin dal suo esordio, in Corea e Giappone nel 2002, si è presentato al mondo dimostrando di essere “über Alles”.

Al di sopra di tutto e tutti, lui che guarda gli altri dall’alto, dal suo imperioso e letale colpo di testa: nella prima inaugurale, contro l’Arabia Saudita, Klose segna tre gol con altrettanti colpi di testa. Anche Irlanda e Camerun si piegano al suo stacco, così, Miro chiude l’edizione del 2002 con cinque realizzazione. Bisogna aspettare il Mondiale del 2006, in casa, per vedere la prima rete realizzata di piede: doppietta, nel match inaugurale contro il Costa Rica e altri due gol anche contro l’Ecuador. Chiude quell’anno con una rete (ovviamente di testa) contro l’Argentina.
Klose non si ferma e al top della carriera, viene convocato anche per Sudafrica 2010: sono quattro le reti con Australia, Inghilterra e per due volte l’Argentina, costrette a soccombere. Con 14 reti realizzate in tre Mondiali e Ronaldo raggiunto in vetta, è proprio nella casa del Fenomeno che Klose completa la rimonta: nel trionfo della Germania che solleva la Coppa del Mondo c’è anche spazio per la gloria personale. Il gol segnato contro il Ghana è solo il preludio alla sedicesima rete messa a segno contro la Seleçao nella disfatta passata alla storia come il Mineirazo.
E’ salito sul tetto del mondo con la maglia della sua Nazionale, ha realizzato 71 gol in 131 incontri e da qui riparte la sua nuova avventura come assistente al fianco del ct Joachim Löw. Sul sito della federazione ha detto:

In Nazionale ho festeggiato i miei più grandi successi, che non dimenticherò mai. Mi piace tornare a disposizione della Dfb: volevo rimanere in piazza, ma farlo con una nuova prospettiva, quella di un allenatore che legge il gioco, sviluppa strategie e tattiche. Ringrazio Löw per l’opportunità

Addio a Silvio Gazzaniga, il “papà” della Coppa del Mondo di calcio

La gioia più grande, l’immensa felicità di due atleti stilizzati che, con le braccia rivolte al cielo, sollevano il mondo, lo tengono stretto, simbolo del trionfo e della vittoria sportiva. Chi ama il calcio, il trofeo della Coppa del Mondo lo conosce bene, amato, sognato e anche visto sfuggire per un calcio di rigore finito alto o per un gol nei tempi supplementari. Noi l’abbiamo visto luccicante e splendente nelle mani sicure di Dino Zoff nel Mondiale di Spagna 1982 e di Fabio Cannavaro in Germania 2006; il tedesco Philipp Lahm l’ha sollevato l’ultima volta nel 2014, così come il suo connazionale, Franz Beckenbauer ha avuto il privilegio di mostrarla al globo intero, per la prima volta, 40 anni prima.

Ogni appassionato di calcio si è sentito istintivamente figlio di colui che con le sue mani e con il suo ingegno l’aveva immaginata, disegnata e, infine, realizzata. Silvio Gazzaniga, il “padre” della Coppa del Mondo, si è spento, ieri 31 ottobre 2016, all’età di 95 anni. Scultore e orafo milanese, Gazzaniga è nato e cresciuto artisticamente a Milano, formando il suo talento artistico, come scultore, durante il periodo delle avanguardie degli anni Quaranta.
Ma è il 1970 l’anno che lo consegna alla storia: dopo la terza vittoria della Coppa Rimet da parte del Brasile, nel Mondiale disputato lo stesso anno in Messico, come da regolamento, il trofeo venne consegnato definitivamente nella bacheca verdeoro. Così la Fifa bandì un concorso internazionale per ideare una nuova coppa e, davanti agli occhi della giuria, si presentarono 53 proposte. E’ la bozza di Gazzaniga ad ammaliare maggiormente la giuria perché oltre al disegno classico, per poter far apprezzare le forme morbide e dinamiche della sua invenzione, lo scultore decise di preparare un modello in plastilina. La sua bellezza scultorea, così, convinse definitivamente la Fifa.

Attraverso le mani dello scultore sono stati plasmati anche altri trofei sportivi come la Coppa Uefa o la Supercoppa Europea e, in occasione dei 150 dell’Unità d’Italia, dopo ottant’anni di carriera, Gazzaniga ha realizzato i trofei celebrativi della Coppa Italia, del 108° Giro d’Italia e del Gran Premio d’Italia di Formula 1. Sulla sua creazione più bella e più celebre, la Coppa del Mondo, Gazzaniga ha detto:

Volevo ottenere una rappresentazione plastica dello sforzo che potesse esprimere simultaneamente l’armonia, la sobrietà e la pace. La figura doveva essere lineare e dinamica per attirare l’attenzione sul protagonista, cioè sul calciatore, un uomo trasformato in gigante dalla vittoria, senza tuttavia avere niente di super-umano. Questo eroe sportivo avrebbe riunito in se stesso tutti gli sforzi e i sacrifici richiesti giorno per giorno ai suoi fratelli e avrebbe incarnato il carattere universale dello sport come impegno e liberazione, stringendo il mondo tra le sue braccia