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Giro d’Italia: il cuore di Tortolì e Scarponi assieme in un murale. Intervista all’autore Franco Mascia

Il murale di Tortolì, in provincia di Nuoro, in Sardegna, sarà sicuramente ricordato come una delle icone più rappresentative di questo centesimo storico Giro d’Italia. Ha colpito i cuori degli sportivi e degli appassionati per una speciale dedica a Michele Scarponi che, quasi in disparte sull’uscio, si accomiata, con il suo pappagallo sulla spalla, e saluta tutti. Accanto a lui, una frase che lo lega a Marco Pantani.
Ma, quella apparsa sull’edificio, è un’opera che va ammirata e respirata nella sua interezza perché è legata visceralmente al territorio e alle persone che quotidianamente lo rendono luminoso e vivo.
Così abbiamo parlato con l’autore, Franco Mascia, artista poliedrico nato e cresciuto a Tortolì, che ha vissuto a Londra prima di fermarsi a Cagliari. Usa l’arte nella forma più libera, coi colori, con la voce o con l’ironia girando le piazze della Sardegna con la compagnia comica “A sa parte”, capeggiata da Alverio Cau.

Franco, partiamo dall’atmosfera che si è respirata a Tortolì nei giorni precedenti e durante il Giro d’Italia. Si può dire che, forse assieme ai Mondiali di calcio, è l’unica manifestazione sportiva ancora oggi in grado di legare le persone e portarle a scendere in strada?

Per noi è stato sicuramente un evento a livello mondiale, c’erano 180 televisioni di tutto il mondo! Edizioni precedenti del Giro in rosa erano solo nei lontani meandri della memoria di mio padre. Ci sono state davvero tante iniziative come la “bici umana” realizzata con la Pro Loco: all’aeroporto ho disegnato un’enorme bicicletta e circa 800 persone l’hanno riempita, sedendosi. Abbiamo realizzato anche le panchine d’autore con una firmata dalla maglia rosa e dai ciclisti che hanno fatto tappa

E quindi, tra le varie idee, a te è venuto in mente di realizzare un murale?

Sì, ho visto l’opportunità di vestire a festa il mio paese, così ho proposto l’idea al Comune di Tortolì che ha accettato. Il Giro d’Italia così come l’attenzione di tutti è un’occasione grande, però è tutto concentrato in due giorni, dopodiché il paese torna nella sua normalità. E io volevo far conoscere a tutti la nostra normalità. Quando realizzo un dipinto, uso la fase iniziale per capire le persone, entrare in contatto con loro per realizzare qualcosa che rispecchi chi vive

Il dipinto è ricco di dettagli e sfumature: c’è un movimento attorno con i ciclisti, donne chinate, monumenti. C’è una storia che hai voluto raccontarci, qual è?

Ho dipinto una cornice che racchiude l’opera d’arte, ma la vera opera non è quella che ho fatto io, ma quella che ha fatto la natura, qui a Tortolì, con paesaggi meravigliosi. E ho voluto dare la maglia rosa simbolicamente a si dà da fare, a chi si rimbocca le maniche e continua a lavorare per far splendere il paese che ha meno di 18mila abitanti, ma che in estate accoglie 150mila persone.
Quindi ci sono le infioratrici tortoliesi con ragazze chinate a mettere i fiori; dietro le balle di fieno che rievocano le Tortolimpiadi, una sorta di gara tra i rioni nella quale vince chi riesce a tagliare prima il traguardo spostando le balle stesse. E poi c’è Borgo Marinaro che si svolge ad Arbatax frazione di Tortoli con la degustazione di pesce pescato dai marinari.
Infine ho raffigurato tutti i monumenti come il faro di Arbatax, le Rocce rosse, la torre di San Gemiliano e la chiesa di Sant’Andrea. Il concetto è che i ciclisti si stanno addentrando in quell’opera d’arte che è Tortolì

Sopra la tela appaiono dei tagli, sembra si stia staccando. Cosa vuoi dirci?

Quello che abbiamo vissuto con il Giro d’Italia è solo un foglio e mi auguro che ci siano tanti altri per scrivere e completare un libro. E’ una bella istantanea, un augurio affinché possano seguirne altri

Cosa ha significato per te, per voi, la morte di Scarponi? Perché hai deciso di ricordarlo nella tua opera?

Il capitano dell’Astana doveva essere Fabio Aru, nostro compaesano, e noi ci tenevamo tanto a vederlo in Sardegna. Poi lui si è infortunato al ginocchio e Michele Scarponi l’ha sostituito così noi l’abbiamo “adottato” come figlio di Sardegna, pensavamo di vederlo come figlio accolto dalle nostre terre, ma così non è stato.
Ecco perché ho scritto:  «Ci siamo illusi che passassi da qui ma hai cambiato percorso, ora pedala tra le nuvole, se incontri Marco portagli i nostri saluti». Poi, mia figlia Simona, anche lei pittrice, cantante e pianista, ha realizzato i fiori che, col soffio di vento, partono dalle infioratrici e avvolgono Michele

Infine, hai voluto omaggiare anche Marco Pantani…

Non ho molta cultura ciclistica, mi piace leggere e informarmi e Pantani lo vedo come “l’Enzo Tortora” del 2000, maltrattato dalla gogna mediatica. Per questo ho invitato Michele a portare i nostri saluti a Marco perché noi, da quaggiù, già sapevamo che Pantani non c’entrava nulla in questa brutta storia che gli hanno dipinto addosso

Giovanni Sgobba

Giro d’Italia, il minuto di silenzio per Michele Scarponi

Doveva essere un’edizione speciale, un’edizione tonda, la numero 100. Ma il Giro d’Italia 2017 è diventato il giro nel ricordo di Michele Scarponi. A 37 anni, per il rotto della cuffia della sua carriera di ciclista, avrebbe corso il Giro d’Italia da capitano della sua squadra, l’Astana. Avrebbe.
Il 22 aprile è morto in un tragico incidente, investito da un furgone, in sella alla sua bicicletta, mentre si allenava a Filottrano, suo paese, vicino Ancona. Si stava allenando per essere pronto per la Corsa rosa.

Ecco che, il Giro d’Italia, al via nella prima tappa ad Alghero, ha omaggiato Michele Scarponi: un minuto di silenzio osservato tra lacrime, rispetto ed emozione, dai ciclisti, dai suoi compagni e dagli spettatori. Poi applausi e la partenza con l’Astana in testa al gruppo ad aprire la gara davanti a tutti. Rigorosamente in otto, lasciando libero quel posto, da capitano, che spettava al ciclista marchigiano e che non hanno voluto rimpiazzare.

 

Tra le 21 tappe e i 3.572 km complessivi, inoltre, un momento speciale sarà il passaggio sul Mortirolo, previsto il 23 maggio: una delle montagne simbolo del Giro d’Italia sarà la “salita Scarponi” in segno di omaggio al ciclista soprannominato l’Aquila di Filottrano proprio per le sue abilità da scalatore.
Nel 2010, infatti, vinse ad Aprica la sua ultima tappa al Giro d’Italia davanti a Ivan Basso e Vincenzo Nibali, costruendo il suo successo proprio sulla salita e la discesa del Mortirolo.

A Tortolì, in Sardegna, su una delle strade in cui passeranno i ciclisti, l’artista Franco Mascia ha realizzato un murale in cui si vede Scarponi con il pappagallo Frankie e la dedica: «Ci siamo illusi che passassi da qui ma hai cambiato percorso, ora pedala tra le nuvole, se incontri Marco portagli i nostri saluti».
Un chiaro omaggio e riferimento al pirata Pantani.

 

Nel 2011, nelle file del team Lampre, Scarponi salì sul podio finale del Giro, chiudendo al secondo posto alle spalle del vincitore Alberto Contador e davanti a Vincenzo Nibali. In seguito alla squalifica di Contador per positività al clenbuterolo conquistò a tavolino la vittoria finale della Corsa rosa e la Coppa del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

 

100 volte il Giro d’Italia: lo sapevi che?

Quante pedalate, quante strattonate, quanti ciclisti e quanti chilometri abbiamo visto nella lunga storia del Giro d’Italia. Ora che siamo prossimi al secolo di vita, sommando tutte le 99 precedenti edizioni, si sono percorsi oltre 346mila km. Non sapete quantificare una cifra così spaventosamente enorme? Beh, pensate solo che la luna dista dalla terra, in media, poco più di 384mila km.

Dall’anno della sua fondazione, il 1909, la corsa a tappe maschile su strada più importante dello stivale e tra le più prestigiose al mondo, ha visto battaglie, sfide, cadute e tanto altro ancora.
La maglia rosa si è legata a nomi che il solo ricordo rievocano dolci emozioni: da Girardengo a Binda, passando per Bartali e Coppi, e ancora  Merckx, Pantani, Cunego, Contador, Basso e Nibali. Dieci nomi solo per farceli stare sulle dita di due mani, ma è certo che in tanti meriterebbero onori e allori.

Ma tra le leggende e le istantanee che trasudano passato e gloria del Giro d’Italia, ci sono anche aneddoti, curiosità beffarde che, con oltre un secolo di storia, strappano un sorriso. Alcune le ha raccolte in una simpatica infografica il sito Bikester: scommettiamo che proprio non le conoscete?

Nel 1909, durante la seconda tappa, Guglielmo Lodesani, Vincenzo Granata e Andrea Provinciali trovandosi in ritardo, pensarono di recuperare salendo su un treno. Salirono alla stazione di Ancona e scesero a Grottammare, perché lì era previsto un controllo. Ma, sfortuna per loro, sullo stesso vagone c’erano anche alcuni giudici che si stavano spostando da Bologna a Chieti. Attraverso le fotografie che erano state scattate a tutti i partecipanti prima della partenza, i tre girini vennero riconosciuti e squalificati.
Successivamente anche un altro ciclista, Giuseppe Brambilla, già fuori Giro a causa di una caduta, venne squalificato per lo stesso motivo. Sempre nel primo storico Giro d’Italia, Giovanni Rossignoli, che concluderà terzo in classifica venne investito da un cavallo.

Uno degli slogan più appariscenti del primo storico Giro d’Italia definiva la corsa come la “più ricca del mondo”. Effettivamente il montepremi complessivo ammontava a 25.000 lire (circa 600.000 euro attuali) e il vincitore, Luigi Ganna, guadagnò 5.325 lire (circa 133.000 euro odierni).
Giuseppe Perna, 49° e ultimo accumulò 300 lire (circa 7.000 euro di oggi).
Lo stesso Ganna, appena tagliato il traguardo da vincitore della prima edizione, alla domanda di un giornalista su come si sentisse di fronte alla vittoria raggiunta, rispose, in dialetto lombardo:

Me brüsa tanto el cü!

 

Nel 1914, un altro espediente da “furbetti”, il primo e vero episodio di traino da un’auto: durante la tappa Bari-L’Aquila, e più precisamente sulla Salita delle Svolte, i ciclisti Carlo Durando, Alfonso Calzolari (che poi vincerà quell’edizione) e Clemente Canepari si aggrappano sull’auto dell’inviato dell’Italia Sportiva e vennero penalizzati di 3 ore 8 minuti e 1 secondo.
Nello stesso anno, inoltre, si registrò il numero più basso di corridori che riuscì a tagliare il traguardo: su 81 iscritti e partecipanti, solo in otto conclusero tutte le tappe in programma.

Non solo stratagemmi, ma anche prove di grande cuore e sforzo sovrumano. Tra questi, Fiorenzo Magni, che durante il Giro d’Italia del 1956, nonostante la rottura della clavicola in seguito a una caduta, terminò la gara, piazzandosi al secondo posto, stringendo tra i denti una camera d’aria legata al manubrio, così da poter sia diminuire lo sforzo richiesto alla spalla sinistra infortunata, sia sfogare il dolore affondando i denti nella gomma.
Questo il racconto dello stesso Magni:

Al Giro del ’56 sono caduto nella discesa di Volterra e mi sono fratturato la clavicola. “Non puoi partire”, mi dice il medico. Io lo lascio parlare e faccio di testa mia: metto la gommapiuma sul manubrio e corro la crono. Poi supero gli Appennini. Ma provando la cronoscalata di San Luca mi accorgo di non riuscire nemmeno a stringere il manubrio dal dolore; allora il mio meccanico, il grande Faliero Masi, decide di tagliare una camera d’aria, me la lega al manubrio e io la tengo con i denti, per non forzare le braccia. Il giorno dopo, nella Modena-Rapallo cado di nuovo e mi rompo anche l’omero. Svengo dal dolore. Sono sulla lettiga quando riprendo coscienza e ordino a chi guida l’ambulanza di fermarsi. Mi butto giù, inseguo il gruppo, lo riprendo e arrivo sul Bondone sotto una tormenta di neve. Per questo gesto Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, che seguivano il Giro, mi ribattezzarono Fiorenzo il Magnifico

 

Fonte: Uscat, Wikipedia

Giovanni Sgobba

Marco Pantani: era San Valentino, l’ultimo arrivo

L’abbiamo abbandonato in una stanza d’albergo di Rimini, l’abbiamo negato ai nostri sentimenti, quasi dimenticato salvo poi riconvertici dopo la sua morte, il giorno di San Valentino, il 14 febbraio 2004. L’autopsia rivelò che la morte era stata causata da un edema polmonare e cerebrale, conseguenza di un’overdose di cocaina.
La mamma Tonina grida ancora giustizia, molte cose non quadrano, lei se lo sente, ha inviato più volte a riaprire il caso, poi richiuso: «E’ stato un omicidio e non un suicidio».
Intercettazioni parlano dell’intromissione della camorra, riferendosi all’episodio di Madonna di Campiglio, che alterando il sangue di Pantani lo portò all’esclusione dal Giro d’Italia 1999.

La morte del “Pirata” ha lasciato sgomenti tutti gli appassionati non solo del ciclismo: a testa bassa, abbiamo rimpianto la perdita di un grande corridore, uno degli sportivi italiani più popolari, influenti e belli da vedere dal dopoguerra. Protagonista di tante imprese, anche e soprattutto umane.
Il suo mito, fatto di semplicità e di sacrificio, si è addentrato nella cultura popolare italiana, abbracciando ogni momento della quotidianità. Dal look della sua bandana alle corse tra amici fatte gridando il suo nome passando per il suo impegno sulle due ruote: ha vinto il Giro d’Italia nel 1998, per la prima volta, e nello stesso anno anche Tour de France, 33 anni dopo Felice Gimondi. E chi si dimentica l’incredibile successo nella tappa Les Deux Alpes?
L’accoppiata Giro-Tour è un’impresa riuscita a pochi, pochissimi. Si è ritirato, è ritornato nel 2000 ma non era più lo stesso: durante il Tour de France abbozza una sfida con Lance Armstrong, qualche schermaglia, qualche sussulto finale, prima di lasciare il dominio statunitense.

Anche la musica lo ha celebrato, osannato e ha puntato il dito sulla cecità di chi l’ha abbandonato. Già nel 1999, I Litfiba hanno dedicato a Marco Pantani la canzone Prendi in mano i tuoi anni, pubblicata nel 1999 nell’album Infinito. A differenza di tutte le altre, questa è l’unica canzone scritta quando il ciclista era ancora in vita:

Il tempo corre sul filo segnano il nostro cammino
so già che vuole averla sempre vinta lui
duello duro col tempo con il passato e il presente
e pure oggi mi dovrò affilare le unghie
la luce rossa dice “c’è corrente”
perché qualcosa stimola la mente
il mio futuro è nel passato e nel presente
ehi, dove sei? cosa aspetti ancora?
gioca la tua partita non sarà mai finita
la corsa nel tempo in salita forse è la mia preferita

Poi c’è stato Riccardo Maffoni con Uomo in fuga; Francesco Baccini e la sua In fuga; Alexia ha scritto Senza un vincitore. Tanti artisti differenti come Gli Stadio che hanno scritto appositamente per lui E mi alzo sui pedali, nel quale hanno integrato il testo della canzone con alcuni pensieri scritti dallo stesso ciclista e ritrovati su fogliettini sparsi nella stanza d’albergo:

E mi rialzo sui pedali con il sole sulla faccia
e mi tiro su gli occhiali al traguardo della tappa
ma quando scendo dal sellino sento la malinconia
un elefante magrolino che scriveva poesie
solo per te… solo per te…
io sono un campione questo lo so
un po’ come tutti aspetto il domani
in questo posto dove io sto
chiedete di Marco, Marco Pantani

Nel febbraio 2006, invece, nell’album Con me o contro di me, i Nomadi gli hanno dedicato la canzone L’ultima salita:

Cerchi questo giorno d’inverno
il sole che non tramonta mai
lo cerchi in questa stanza d’albergo
solo e sempre con i tuoi guai.
dammi la mano fammi sognare
dimmi se ancora avrai
al traguardo ad aspettarti
qualcuno oppure no

 

Una canzone dura, ma che ben racconta la critica di una società miope che ha puntato il dito contro quelli che erano i suoi miti per poi scaricarli, secondo logiche morali e ipocrite, è quella scritta da Antonello Venditti nel 2007. Con Tradimento e perdono, il cantautore romano si sofferma non solo su Marco Pantani, ma anche su Agostino Di Bartolomei e Luigi Tengo, uomini che hanno in comune un solo difetto, non esser stati compresi:

Mi ricordi di Marco e di un albergo
nudo e lasciato lì
era San Valentino l’ultimo arrivo
e l’hai tagliato tu
questo mondo coglione piange il campione
quando non serve più
ci vorrebbe attenzione verso l’errore oggi saresti qui
se ci fosse più amore per il campione oggi saresti qui