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100 volte il Giro d’Italia: lo sapevi che?

Quante pedalate, quante strattonate, quanti ciclisti e quanti chilometri abbiamo visto nella lunga storia del Giro d’Italia. Ora che siamo prossimi al secolo di vita, sommando tutte le 99 precedenti edizioni, si sono percorsi oltre 346mila km. Non sapete quantificare una cifra così spaventosamente enorme? Beh, pensate solo che la luna dista dalla terra, in media, poco più di 384mila km.

Dall’anno della sua fondazione, il 1909, la corsa a tappe maschile su strada più importante dello stivale e tra le più prestigiose al mondo, ha visto battaglie, sfide, cadute e tanto altro ancora.
La maglia rosa si è legata a nomi che il solo ricordo rievocano dolci emozioni: da Girardengo a Binda, passando per Bartali e Coppi, e ancora  Merckx, Pantani, Cunego, Contador, Basso e Nibali. Dieci nomi solo per farceli stare sulle dita di due mani, ma è certo che in tanti meriterebbero onori e allori.

Ma tra le leggende e le istantanee che trasudano passato e gloria del Giro d’Italia, ci sono anche aneddoti, curiosità beffarde che, con oltre un secolo di storia, strappano un sorriso. Alcune le ha raccolte in una simpatica infografica il sito Bikester: scommettiamo che proprio non le conoscete?

Nel 1909, durante la seconda tappa, Guglielmo Lodesani, Vincenzo Granata e Andrea Provinciali trovandosi in ritardo, pensarono di recuperare salendo su un treno. Salirono alla stazione di Ancona e scesero a Grottammare, perché lì era previsto un controllo. Ma, sfortuna per loro, sullo stesso vagone c’erano anche alcuni giudici che si stavano spostando da Bologna a Chieti. Attraverso le fotografie che erano state scattate a tutti i partecipanti prima della partenza, i tre girini vennero riconosciuti e squalificati.
Successivamente anche un altro ciclista, Giuseppe Brambilla, già fuori Giro a causa di una caduta, venne squalificato per lo stesso motivo. Sempre nel primo storico Giro d’Italia, Giovanni Rossignoli, che concluderà terzo in classifica venne investito da un cavallo.

Uno degli slogan più appariscenti del primo storico Giro d’Italia definiva la corsa come la “più ricca del mondo”. Effettivamente il montepremi complessivo ammontava a 25.000 lire (circa 600.000 euro attuali) e il vincitore, Luigi Ganna, guadagnò 5.325 lire (circa 133.000 euro odierni).
Giuseppe Perna, 49° e ultimo accumulò 300 lire (circa 7.000 euro di oggi).
Lo stesso Ganna, appena tagliato il traguardo da vincitore della prima edizione, alla domanda di un giornalista su come si sentisse di fronte alla vittoria raggiunta, rispose, in dialetto lombardo:

Me brüsa tanto el cü!

 

Nel 1914, un altro espediente da “furbetti”, il primo e vero episodio di traino da un’auto: durante la tappa Bari-L’Aquila, e più precisamente sulla Salita delle Svolte, i ciclisti Carlo Durando, Alfonso Calzolari (che poi vincerà quell’edizione) e Clemente Canepari si aggrappano sull’auto dell’inviato dell’Italia Sportiva e vennero penalizzati di 3 ore 8 minuti e 1 secondo.
Nello stesso anno, inoltre, si registrò il numero più basso di corridori che riuscì a tagliare il traguardo: su 81 iscritti e partecipanti, solo in otto conclusero tutte le tappe in programma.

Non solo stratagemmi, ma anche prove di grande cuore e sforzo sovrumano. Tra questi, Fiorenzo Magni, che durante il Giro d’Italia del 1956, nonostante la rottura della clavicola in seguito a una caduta, terminò la gara, piazzandosi al secondo posto, stringendo tra i denti una camera d’aria legata al manubrio, così da poter sia diminuire lo sforzo richiesto alla spalla sinistra infortunata, sia sfogare il dolore affondando i denti nella gomma.
Questo il racconto dello stesso Magni:

Al Giro del ’56 sono caduto nella discesa di Volterra e mi sono fratturato la clavicola. “Non puoi partire”, mi dice il medico. Io lo lascio parlare e faccio di testa mia: metto la gommapiuma sul manubrio e corro la crono. Poi supero gli Appennini. Ma provando la cronoscalata di San Luca mi accorgo di non riuscire nemmeno a stringere il manubrio dal dolore; allora il mio meccanico, il grande Faliero Masi, decide di tagliare una camera d’aria, me la lega al manubrio e io la tengo con i denti, per non forzare le braccia. Il giorno dopo, nella Modena-Rapallo cado di nuovo e mi rompo anche l’omero. Svengo dal dolore. Sono sulla lettiga quando riprendo coscienza e ordino a chi guida l’ambulanza di fermarsi. Mi butto giù, inseguo il gruppo, lo riprendo e arrivo sul Bondone sotto una tormenta di neve. Per questo gesto Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, che seguivano il Giro, mi ribattezzarono Fiorenzo il Magnifico

 

Fonte: Uscat, Wikipedia

Giovanni Sgobba

All’asta l’album Panini di Messico ’70 con autografi di Pelé: vince bambino di 9 anni!

Forse tra chi leggerà questo articolo, ci sarà chi avrà comprato all’edicola, ancora bambino, l’album di figurine della Panini, edizione Mondiali di Messico ’70. E magari, dopo aver scambiato le figurine tra amici, dev’essersi accorto di averlo lasciato incompleto.

Ma dai meandri dei ricordi è sbucata una perla rara, una chicca per collezionisti. Sul sito della casa d’aste, Catawiki, è apparso l’album Panini completo del mondiale messicano con tutte le 271 figurine, conservato in condizione pressoché perfetta.
E’ un album decisamente storico perché, quelli che si sono disputati in Messico, non sono solo i Mondiali di Italia-Germania 4-3, definita senza giri di parole la “partita del secolo”, ma anche l’ultimo torneo a fregiarsi del nome di Coppa Jules Rimet” prima di cambiare fisionomia grazie all’arte dello scultore italiano Silvio Gazzaniga.
Ma non è tutto: la peculiarità che rende questo cimelio unico e mai replicabile, è il doppio autografo del calciatore brasiliano Pelé, al tempo 29enne e già idolo affermato con la Seleçao. Due firme, una sulla copertina dell’album, l’altra proprio sulla figurina della “Perla nera” che segnò, proprio contro gli azzurri in finale, il primo dei quattro gol che permise al Brasile di alzare al cielo la Coppa Rimet.

Suggestivo, allora, pensare di accaparrarsi un gioiello inestimabile per gli appassionati di calcio e per i romantici nostalgici a quasi 50 anni di distanza: completare un album, ai tempi, non era affatto semplice perché le bustine contenevano solo due figurine.
Sembra incredibile, ma il proprietario di quello che è l’album Panini più costoso nella storia ha soltanto nove anni. L’asta organizzata da Catawiki, infatti, è stata aggiudicata dal piccolo Lonenzo Vandelli, autentico appassionato di figurine. Nonostante la sua piccolissima età, il bambino nato a Sassuolo, in provincia di Modena, ha più di 200 album.
Così, mosso dalla grande passione di suo figlio, il padre ha deciso di piazzare un’offerta record di 12mila euro, ben superiore ai circa 6mila euro come valore stimato prima della battuta d’asta. Ma mentre Lorenzo fa i salti di gioia spiegando che suo padre gli ha dedicato una stanza intera per far spazio agli album, alle figurine e ai pacchetti non ancora aperti, c’è chi non si è detto sorpreso come Federico Puccioni, country manager Italia di Catawiki:

Non c’è da stupirsi che sia stato proprio un italiano a offrire più di tutti: Mexico ’70 è stato uno dei mondiali più emozionanti per tutti gli appassionati di calcio e non. E l’Italia arrivò in finale perdendo proprio contro il Brasile di Pelé. Ma la partita più avvincente fu senza ombra di dubbio la semifinale Italia – Germania (4-3), che tenne tutto il popolo italiano col fiato sospeso per 120 minuti, passando poi agli annali del calcio come “La partita del secolo”

L’album prezioso, oltre a essere raro per gli autografi preziosi di Pelé, è ulteriormente prezioso perché fino ad oggi è stato custodito dal primo e unico proprietario e, in aggiunta, non riporta scritte o scarabocchi di risultati di partite, pratica assai diffusa negli anni ’70-’80. Non ci resta che congratularci con il piccolo Lorenzo: forse, anche grazie a lui, i ricordi di quel Mondiale e la passione per le figurine non svaniranno…

Olanda – Italia, Euro2000: una sera di santi, portieri e motivatori

Se in una partita una squadra calcia 6 rigori e ne realizza solo uno, a prescindere dal risultato, quello stesso match è destinato a entrare nella narrativa sportiva. E’ già mitologia. Se poi abbiamo un portiere che si innalza a ruolo di eroe, una squadra costretta a difendersi per tutti i 90 minuti più supplementari in 10 uomini, all’interno di uno stadio che ti fa il tifo contro, allora si sconfina nell’epica più autentica.

Olanda – Italia, 29 giugno 2000, semifinale degli Europei che si disputano proprio in Olanda e Belgio. L’Amsterdam Arena è oranje: «C’era un’atmosfera quasi surreale: tre quarti dello stadio era arancione», dice prima del match Francesco Toldo. Il gladiatore di quell’impresa, l’ultimo a rimanere in piedi nell’eterna lotteria dei rigori.
Che poi Italia e Olanda dagli 11 metri hanno ricordi amari, amarissimi. Una sfida che poteva essere la redenzione per una e la condanna eterna per l’altra.
L’Olanda va fortissimo, prende il palo dopo pochi minuti con Bergkamp. Poi, al 34esimo, Zambrotta si fa espellere per doppia ammonizione. Passano quattro minuti e Cannavaro fa un fallo ingenuo in area: rigore. Va Frank de Boer, capitano e rigorista, tira. Prima parata di Toldo.
I padroni di casa vanno a ritmi forsennati, vogliono sbloccare la partita. L’Italia alza i muri, ma al 62esimo, Iuliano entra in scivolata in area sul suo compagno juventina Edgar Davids. Secondo rigore. Questa volta è Kluivert a prendere il pallone. Lo vuole battere lui, lui che che nel corso degli Europei ha già segnato cinque gol. Tiro angolato e quasi perfetto. Quasi. Palo interno e sputata nuovamente in campo.

E’ 0-0, si va ai supplementari, Delvecchio potrebbe anche segnare e chiuderla con il Golden gol, ma si arriva ai rigori. Parte Di Biagio in un’ideale filo mai interrotto da Francia ’98. Lui ha chiuso sulla traversa quell’avventura, lui apre una nuova serie. Nella sua testa è ancora lì che riprova e riprova sperando di invertire il senso della storia. Questa volta la butta dentro. Poi de Boer, di nuovo lui, contro Toldo. Qui gli olandesi iniziano a credere in un anatema, uno sciamano che ha fatto un rito porta-sfiga. Francesco para anche questo. Pessotto tira praticamente senza rincorsa e fa 2-0. Poi è il turno del roccioso difensore Stam.

Come detto in apertura questa partita si muove tra mito, racconti fantastici, eroi e antieroi. Tra loro c’è anche la figura del santone o del mago, se preferite. C’è un istante che, solo diversi anni dopo, è stato svelato dallo stesso portierone ex Fiorentina e Inter. Stam si presenta sul dischetto. Tira una sassata alta, sgangherata al di sopra della traversa. Toldo volge lo sguardo al cielo e grida: «Alberto, Alberto!».
Ecco lo sciamano della novella fantastica. Alberto Ferrarini. Motivatore o mental coach, anche se lui, non si sente né l’uno né l’altro.

Tutto nasce da un incontro fortuito che lo stesso Toldo ha raccontato: prima del Natale 1999, il portiere va fuori a cena con moglie e amici. Nello stesso tavolo c’è Alberto e nasce subito una sintonia. C’è curiosità, poi Alberto, gli dice: «Nel 2000 farai cose importanti. E giocherai da titolare all’Europeo». Ci scommettono anche un caffè, ovviamente Toldo sa che è Buffon il portiere numero uno dell’Italia.
E quando il ct Zoff assegna i numeri di maglia, Toldo si rassegna: a lui spetta la numero 12, quella del panchinaro. Alberto, però, non molla e rilancia: «Strano, dovrebbe toccare a te». Beh, in amichevole Gigi Buffon si fa male e come l’effetto sliding-doors cambia la carriera di Francesco.

Il portiere e il suo nuovo amuleto si incontrano e saldano il caffè che si erano promessi. Qui Alberto azzarda una giornata di gloria eterna per Toldo: «Guarda che non finisce qui: ci sarà una giornata dove tutti parleranno di te. Facciamo una cosa: ti chiamo quando sarà il momento». E indovinate quando chiama? Esatto, la mattina del 29 giugno durante la riunione tecnica.
I numeri non mentono, dice lui. Toldo inizia a crederci, chiede cosa diavolo potrà mai succedere e Alberto quasi con ovvietà dice: «Beh sei un portiere quindi ci saranno tanti rigori. Ma non avere paura: li prendi tutti oppure sbagliano. Fidati dell’istinto: è il tuo giorno».

E’ il giorno del ragazzotto nato a Padova. E’ il giorno di un grande professionista, un atleta modello la cui unica colpa è stata quella di nascere calcisticamente nella generazione di Buffon e di Peruzzi. E’ il giorno di un’intera nazione che si scrolla di dosso l’etichetta di perdente da quel dannato dischetto di gesso bianco del rigore.
Ma ci vuole un gesto screanzato, folle, per farlo capire al mondo intero. E il terzo rigore per gli azzurri spetta all’altro Francesco, Totti. «Mo je faccio er cucchiaio» aveva confidato all’amico Di Biagio. E segna.
Poi Kluivert segna l’unico dei sei rigori tirati dall’Olanda in questa partita. Stizzito, dopo la realizzazione, calcia l’aria e l’erba. Calcio il vuoto. Un pugno di mosche. Maldini, distrutto dai crampi, ciabatta il suo penalty. Per ultimo, per l’Olanda, tira Bosvelt.

Come disse un altro Francesco, De Gregori: «La fine del discorso la conosci già». Titolo della canzone: Pezzi di vetro. Storia di un “santo a piedi nudi”. Italia in finale contro la Francia. Per una sera, l’Italia è un paese di santi, portieri e motivatori.

Zona Cesarini – una frase senza tempo

Zona Cesarini. Chi di noi non ha mai sentito o detto queste due parole. Si tratta dell’espressione forse più famosa nel mondo del calcio, due parole che esprimono l’essenza stessa di questo sport, la voglia di crederci fino all’ultimo respiro, di spingere fino al novantesimo e oltre, nella speranza di trovare la zampata giusta per vincere la propria battaglia, perché la speranza è l’ultima a morire e ogni lasciata è persa. D’altronde per dirla con l’indimenticato Vujadin Boskov “La partita finisce quando arbitro fischia”.

Ma forse non tutti sanno chi ringraziare per la creazione di queste parole che sono diventate leggenda indiscussa tra addetti ai lavori e non, tanto da venire inserite nel vocabolario della lingua italiana.

Non si tratta di una star internazionale, un calciatore fenomenale che ha mosso le folle nella sua carriera, ma di un buon giocatore che non si distingueva dalla massa ma che, in varie occasioni nella carriera, è riuscito ad andare oltre l’ostacolo del cronometro, diventando decisivo nel momento più inaspettato, quando ormai stavano calando i titoli di coda.

CHI E’ RENATO CESARINI?

Si perchè Renato Cesarini, detto Cè, nato sulle colline di Senigallia nel 1906, era un calciatore di buone qualità ma non eccelso. All’età di 2 anni era stato riportato in Argentina dai genitori e lì aveva iniziato la sua carriera distinguendosi con la maglia dei Chicharita Juniors e del Ferro Carril prima di essere acquistato dalla Juventus nel 1929, divenendo uno dei pilastri della cosiddetta Juve del Quinquennio che egemonizzò il calcio italiano nella prima metà degli anni 1930.

Bell’attaccante Renato, che vide aprirsi ben presto le porte della nazionale italiana in quella veste di oriundo che tanta fortuna portò ai nostri colori a quell’epoca. Con gli Azzurri disputò però solo qualche amichevole e qualche partita di Coppa Internazionale, per un totale di 9 presenze e 2 reti ma tanto gli bastò per entrare nella storia, nel lessico e, come dicevamo, nel dizionario.

LA GLORIA

Accadde tutto nella fredda Torino del 13 dicembre del 1931 durante, anzi alla fine, della partita di Coppa Internazionale contro l’Ungheria: Cesarini, con l’arbitro già pronto al triplice fischio, segnò una rete all’ultimo respiro portando gli Azzurri alla vittoria per 3-2. Quello che rende speciale questa storia è che questo fu l’unico gol segnato all’ultimo giro di lancette in Nazionale dall’oriundo.

Cesarini si distinse per altre prodezze di questo tipo in serie A contro l’Alessandria nel ‘31, contro la Lazio nel ‘32 e contro il Genoa nel ‘33. Sono bastati 4 gol per salvarlo dall’oblio e consegnarlo all’immortalità. E poco importa che, anche dopo il ritiro dal calcio giocato, Cesarini si sia tolto delle soddisfazioni anche da Direttore Tecnico, arrivando a conseguire con la Juventus nell’annata 1959-1960 il double composto da scudetto e Coppa Italia, il primo nella storia del club piemontese.

Che dire. Proprio oggi ricorre l’anniversario della morte di questo calciatore, morto a Buenos Aires il 24 marzo del 1969, che ebbe una buona carriera, si tolse parecchie soddisfazioni ma mai avrebbe potuto anche solo pensare di diventare una leggenda di questa portata. Non resta che provare rispetto ed ammirazione: è l’unico calciatore ad essere diventato un modo di dire.

Michele De Martin

Bastano 14 secondi per togliere un rigore: la moviola per la prima volta in Italia

Vi avevamo parlato del traguardo storico di Patrizia Panico, prima allenatrice in Italia a guidare una formazione maschile. Per la doppia amichevole tra Italia e Germania, formazioni under-16, si è seduta, infatti, sulla panchina degli azzurri sostituendo il ct Daniele Zoratto.
Ma l’amichevole giocata a Verona il 22 marzo ha segnato un’ulteriore svolta epocale per lo sport più seguito nella penisola. Anzi se vogliamo, è crollato uno dei tabù del calcio perché la moviola è entrata letteralmente in campo. E’ stato, infatti, annullato il primo calcio di rigore grazie all’ausilio della Var (Video assistance referee). E sono bastati, udite udite, solo 14 secondi.

Al minuto 73, l’arbitro Orsato ha prima concesso un penalty ai tedeschi, poi dopo essersi consultato con Rocchi e Valeri (video assistenti) è tornato sui suoi passi: il fallo da rigore c’era, ma il calciatore tedesco Grimm, prima di essere steso da Russo, era partito da una posizione di fuorigioco. Per prendere la decisione, come detto, sono stati necessari 14 secondi. Roberto Rosetti, ex arbitro e attuale responsabile del progetto Var per l’Italia ha spiegato:

I video assistenti arbitrali hanno appurato che la segnalazione del rigore era corretta, poi hanno rivisto l’azione e si sono accorti che l’attaccante tedesco era partito in fuorigioco di una cinquantina di centimetri e hanno avvisato Orsato. La gestione dell’episodio è stata ottima e la revisione è durata in totale soltanto 14 secondi

 

Sul risultato, invece, pochi dubbi. La Germania si è imposta 4-1 con le reti di Khan Agha al 2′; raddoppio al 12′ grazie ad Hartmann; 3-0 al 35′ con Grimm e poker calato al 23′ della ripresa sempre con Hartmann. Piccoli ha realizzato il gol della bandiera, dopo l’episodio da moviola. Queste le parole dell’allenatrice Panico:

Sapevamo che la Germania è una grandissima squadra e lo ha dimostrato. Noi siamo entrati probabilmente in campo un po’ timorosi, con un approccio alla gara troppo soft. I ragazzi sono stati bravi a non arrendersi e hanno cercato di recuperare il risultato. Abbiamo tanto lavoro da fare. Il mio esordio? L’attenzione mediatica è stata enorme, ma sono sempre rimasta serena. Sono una persona molto equilibrata che non si lascia trasportare dalle emozioni anche se devo ammettere che ascoltare l’inno mi trasmette sempre una bellissima sensazione. Rappresentare l’Italia è da sempre per me motivo di grande orgoglio.

Patrizia Panico, la prima allenatrice di una Nazionale maschile

Davanti a Patrizia Panico c’è solo da sedersi, temperare la matita e prendere appunti. In rigoroso silenzio. Anche perché dinanzi a una vincente del calcio c’è poco da parlare e si avrebbe l’impressione di fare domande fuori luogo. Una spruzzata di numeri per capire il contesto: 664 reti segnate in carriera, attaccante di razza di Lazio, Torino, Modena, Milan, Torres, Bardolino (poi diventata Agsm Verona) e, infine, Fiorentina nella stagione 2015-2016. A 41 anni con 20 reti in 24 gettoni. In mezzo anche una brevissima esperienza negli Sky Blue di New Jersey.
Parentesi Nazionale: 110 gol in poco più di 200 presenze, primo posto nella classifica marcatrici, superando Elisabetta Vignotto con 102 gol e Carolina Morace, istituzione del calcio femminile, con 105 realizzazioni.
Cosa ha vinto? Dieci scudetti, cinque Coppe Italia e otto Supercoppe italiane. Capocannoniere di Serie A per 14 volte (12 da singola, due ex aequo).

Ora, per quanto il calcio sia stato scritto da penne maschili che narravano le gesta di uomini, si può dire che le imprese e i successi non hanno connotazioni femminili o maschili. Sono una gioia per gli occhi, traguardi da vivere perché emozionano. Poter imparare da Patrizia Panico, ripercorrere solo un centesimo della sua carriera è un trionfo che tu sia ragazzo o ragazza.


Alcuni parlano di traguardo storico; noi diciamo, invece, che è la piacevole conferma che il valore, quello vero e indiscutibile, non conosce etichette o paletti. Panico sarà la prima allenatrice italiana a sedere sulla panchina di una Nazionale azzurra maschile.
Guiderà l’Under 16 nella doppia amichevole contro la Germania, sostituendo il ct Daniele Zoratto, del quale Patrizia è già assistente tecnico, impegnato con la nazionale Under 19 nella fase Elite del Campionato Europeo.
Le partite in programma sono rispettivamente mercoledì 22 marzo ore 14:30 allo stadio Bentegodi di Verona e venerdì 24 marzo ore 11 allo stadio Comunale di Caldiero Terme. Ecco le sue parole:

Penso che bisogna abbattere ancora tanti muri e questa decisione è una cosa che aiuta a farli crollare. Essere la prima donna su una panchina di una Nazionale maschile è senz’altro un bel traguardo e mi piace pensare che questa mia prima volta possa esserlo anche per tante altre mie colleghe. Non sapevo nemmeno che Zoratto andasse via durante le date delle partite e comunque penso che sia una scelta giusta, visto che sono la sua assistente. La novità me l’ha comunicata Zoratto stesso ma non posso dire quale è stata la mia prima esclamazione…

Mondiale Spagna ’82: quel giorno, ho vinto anch’io!

«Cosa ci faccio qui?». L’attacco di responsabilità arrivò a sorpresa, subdolo e devastante: ma fu solo un attimo. Il bello dell’attimo è che dura un attimo: già, altrimenti che attimo sarebbe? A neanche 24 anni poi, gli attacchi di responsabilità sono per loro natura transitori, passeggeri: a 34 anni di meno, a 44 cominciano a farsi preoccupanti, a 54…beh, lasciamo perdere.

Ma allora, 5 luglio 1982, ero giovane e forte, come si dice nelle favole: e per l’appunto stavo vivendo una sorta di favola, un sogno nel quale ero immerso, con tutte le scarpe, da una settimana: da quando cioè mi trovavo a Barcellona, assieme a due pazzi scatenati, a seguire i Mondiali di calcio. Anzi, il Mundial.
Quando mi colse la domanda fatidica ero allo stadio Sarrià, in tribuna, proprio sotto la telecamera della Tv, a “los cinco de la tarde”: sole ancora dardeggiante, non si respira, come faranno fra poco quei disgraziati a correre 90 minuti e più?… Sì, l’attacco di responsabilità era già svanito, ora erano altre le domande che si affacciavano alla mia mente: ce la faremo? Zico, Socrates, Falcao, Eder, Cerezo…Ci vorrà qualcosa più di un miracolo! E Rossi che non vede palla? Chi la butta dentro? No, mettiamoci l’anima in pace, si torna a casa: noi sul serio, all’indomani, col nostro cassone; loro, gli azzurri, poche ore più tardi. Già rulla sulla pista de “El prat” un bel Boeing targato Alitalia…

Inni nazionali cantati a squarciagola, emozione al diapason, si comincia. Cinque minuti e la mia bottiglietta d’acqua è già finita: morirò di sete, me lo sento…Altri cinque e la t-shirt è tolta: maledizione come picchia, almeno me l’avvolgo attorno alla testa per non rischiare un coccolone.
Siamo quasi 10.000 italiani, in questo catino ribollente al centro della città di Gaudì, fra palazzoni che sbucano da dietro le tribune, e che sembrano pure loro assistere interessati allo spettacolo; gli altri però, la torcida, tutti rigorosamente in maglia gialla, sono minimo il doppio. Cantano, ballano sugli spalti, fieri, e consapevoli di essere i migliori. I più forti. Quelli che riporteranno a casa la Coppa, non hanno dubbi, dopo aver fatto fuori Maradona&C. appena tre giorni prima sul medesimo infiammato palcoscenico. Ero presente. E mi hanno fatto paura. No, non ce la possiamo fare…

Anche Samuel, il mio nuovo amico di Belo Horizonte conosciuto nel 2 stelle che ci ospita proprio dietro le ramblas, è convinto: ha già in tasca il biglietto per la semifinale del Camp Nou, mi ha detto la mattina a colazione:

Hombre, ti voglio bene, a te e a tutti los italianos, ma noi dobbiamo fare la storia…Mi dispiace!

Dove sarà, in mezzo a quell’enorme macchia color oro, che ondeggia minacciosa?

Mentre me lo chiedo fra me e me, Conti taglia il campo da destra a sinistra col suo mancino magico, dalla trequarti Cabrini la mette in mezzo ed accade l’incredibile: sì, il fantasma si ridesta all’improvviso, incrocia di testa sul palo lungo, Valdir Peres è battuto…Roba da matti, Rossi ha fatto goal!
E’ un unico maxi abbraccio fra me, Giuliano, Ivano, altri italianos lì vicino mai visti prima. Allora ce la giochiamo… Ce la giochiamo? Macchè, il dottore in viola caracolla in area, sulla destra, e trova un varco impossibile fra Zoff ed il palo. Dinone, ma che combini? Questa dovevi prenderla…

Riprendono fiato, e colore, i 20.000 canarini: tutto a posto, «Ora li sbraniamo», sembrano dire con il loro entusiasmo sempre più coinvolgente…Sì, in campo sono i più forti, ma il loro problema è che SI SENTONO i più forti: così, quando Oscar e Luisinho traccheggiano superbi dinanzi alla loro area di rigore, il numero 20 in maglia blu si inserisce furtivo, fa due passi e spara una bomba che il portiere neanche vede. Ecco, 2 a 1 per noi, Paolo è tornato d’improvviso Pablito, quello dell’Argentina!

Non ho più voce, gli occhi fuori dalle orbite, l’intervallo serve a calmarmi un po’… Poco però, la ripresa comincia con 11 assatanati che cingono d’assedio i nostri 16 metri, rimpalli, salvataggi, affanno perenne. Quella bottiglietta, inutile da un bel pezzo, chissà perché è ancora fra le mie mani: ne mordicchio il bordo nervosamente, la stringo sin quasi ad accartocciarla: no, va a finire che oggi ci lascio le penne, a 2000 chilometri da casa! Ma si può?
Quando Falcao, ad una 20ina di minuti dalla fine, la sbatte dentro, mi sento come quel condannato a morte che dopo lunga attesa sulla sedia elettrica, riceve la scossa fatale: sollevato, è paradossale, ma almeno così non soffro più… Grazie lo stesso azzurri, è stato bello, però quegli altri devono fare la storia…

La storia? Ma non gliel’ha detto nessuno, a quel diavolo: non lo hanno informato, si direbbe, che quel Boeing è là che li attende! E già, perché Paolino la ributta dentro, ed allora il vecchio Sarrià sembra crollare, sotto il peso dei 10.000 che impazziscono, e del sospiro atterrito dei 20.000: un gemito straziante. Non rammento più nulla da quel momento in avanti, se non il capitano che inchioda sulle linea la testata rabbiosa di Oscar.

Poi tutto sfumato, nebbioso, ma questa che vi dico ora la ricordo, eccome: al rientro in albergo, ebbri di felicità e non solo (qualche buona cerveza lungo il cammino ce la siamo concessa…), trovo Samuel ad aspettarmi: piange, di sicuro ininterrottamente da un paio d’ore o giù di lì. Ha in mano una maglia gialla, me la porge dicendo:

Tienila amigo, siete stati i migliori, suerte…Ora la Coppa portatela a casa voi!

Lo abbraccio, non son sicuro che una lacrimuccia –anche due-  non sia spuntata dai miei occhi. Prendo quel cimelio, ringraziando di cuore, con la mano sinistra: perbacco, cosa stringo nella destra?

Non ci posso credere: quella bottiglietta di plastica, tutta mangiucchiata. Ebbene sì, ancora adesso, a distanza di 35 anni, la conservo gelosamente nel mio comodino accanto al letto, a casa: una reliquia!
Insieme a quella maglia (negli anni a venire sarà autografata da due campioni del mondo, quali Ciccio Graziani e Marcello Lippi: ma questa è un’altra storia…), che ogni tanto tuttora indosso, al mare. Capita che qualcuno mi dica «Bella, dove l’hai presa?». Ed io sorrido…

Un’ultima cosa. Forse qualcuno si domanderà di quell’attacco di responsabilità del quale parlavo all’inizio. Già, dovevo essere a Città di Castello, la mia città, a preparare l’esame di Procedura penale che mi avrebbe spalancato le porte verso la laurea in Giurisprudenza: ma quando i due pazzi mi telefonarono, a fine giugno, «Noi fra due giorni si va: tu che fai?». La risposta la sapete già.
E la mia laurea, fra festeggiamenti vari ed ubriacature solenni–figurate, ma anche no- post/Mundial, slittò di un bel po’, al 26 giugno 1984, giusto due anni più tardi quei giorni magici. Sapete una cosa? Non me ne sono mai pentito… 

Foto di proprietà dell’autore del pezzo

 

L’autore

Rebo (nom de plume) è un funzionario pubblico, ormai diversamente giovane, che però continua a praticare sport quasi quotidianamente, dopo averlo a lungo – e lo fa ancora – raccontato come cronista: sulla carta stampata, in radio, in tv. Ama la sfumature, i voli pindarici, in contrapposizione al necessario rigore espositivo di quando raccontava le partite del Perugia in serie A alla radio -e la pay-tv non aveva ancora preso il sopravvento-. Ma è il tennis il suo top-sport, e non si capacita di come sul campo di gioco non riesca ad avere la stessa efficacia di Federer (a vederlo sembra tutto così semplice…). Se vuoi, lo trovi alla mail renbor1958@libero.it .  

 

Bruno Pizzul – Icona “non vincente” della Nazionale

Ricorre oggi il 79mo compleanno di uno dei più grandi telecronisti calcistici della storia italiana che, con la sua voce calda e familiare, è entrato nei salotti di tutta Italia accompagnando le più forti emozioni legate al calcio italiano fino agli albori degli anni 2000. Buon compleanno Bruno Pizzul.

LA CARRIERA

Nativo di Udine, Pizzul tentò la carriera di calciatore con le maglie di Pro Gorizia, Catania, Ischia e Udinese, senza troppa fortuna, puntando poi sull’istruzione, fino alla laurea in giurisprudenza, e sul lavoro di giornalista, intento che lo portò a partecipare con successo ad un concorso nazionale per radio-telecronisti rivolto ai giovani laureati del Friuli.

Dal 1969 in RAI, Pizzul si è subito distinto per le spiccate doti comunicative e per una voce dal timbro inconfondibile che gli permise di diventare, in breve tempo, una delle voci di punta della televisione pubblica. Nella sua carriera fu voce narrante di grandi imprese sportive ma, purtroppo, anche di gravi fatti di cronaca. Senza dubbio il momento più difficile della sua carriera si ebbe infatti in occasione della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool del 29 maggio 1985, quando si trovò a dover commentare e vivere in prima persona la strage allo Stadio Heysel. Una tragedia immane senza dubbio impossibile da dimenticare.

Innumerevoli le vittorie a livello di squadre di club che Pizzul ebbe il piacere di commentare, a partire da quella del Milan nella Coppa delle Coppe contro il Leeds United il 16 maggio 1973, quando, nella finale di Salonicco, l’11 del “paron” Rocco ebbe la meglio sui Peacocks grazie ad una rete di Chiarugi. Indimenticabile la sua telecronaca nella mitica finale di Atene nella Champions League ‘93/’94 quando il Milan di Capello surclassò il Barcellona di Cruyff con un perentorio 4-0 grazie a Massaro (2), Savicevic e Desailly.

LA NAZIONALE

Lo stesso purtroppo non si può dire per la Nazionale: Bruno Pizzul fu infatti voce ufficiale delle gare dell’Italia dal 1986 al 2002, “partecipando” a ben 5 Mondiali (Messico ’86, Italia ’90, Usa ’94, Francia ’98, Giappone – Corea 2002) e diventando di diritto un’icona della Nazionale. Un’icona ma non di certo un amuleto. Attivo subito dopo la gloriosa spedizione al Mundial ’82 e dimissionario subito prima dell’impresa di Berlino nel 2006. A pensarci bene, sembra uno scherzo.

Nella splendida cavalcata ad Usa ’94, Pizzul accompagnò i sentimenti degli italiani incollati al televisore, dalla gioia inaspettata nella vittoria soffertissima con la Nigeria, grazie alle magie di Baggio,all’esaltazione derivata dalle vittorie su Spagna e Bulgaria fino al grido strozzato dei sogni infranti con quel rigore alle stelle dello stesso Divin Codino.

Altrettanto amara la spedizione europea del 2000 dove gli Azzurri, in finale contro la Francia di Zidane, dopo il meritato vantaggio di Delvecchio, dovettero sottostare prima alla dura legge della Zona Cesarini, con il gol di Wiltord all’ultimo respiro, poi alla tirannica regola del Golden Gol, con la rete di Trezeguet a spezzare ogni nostra velleità e a consegnare la coppa agli odiati cugini d’oltralpe.

Ma poco importa. Bruno Pizzul si è guadagnato un posto sicuro nel cuore di tutti gli sportivi, appassionati di calcio e non, grazie alle sue telecronache competenti e mai banali e la sua voce coinvolgente e rassicurante. Non resta che augurargli Buon Compleanno sperando, magari, di poterlo risentire in onda in vista dei suoi 80 anni.

Michele De Martin

Giuseppe Meazza, il “Balilla” azzurro dei due Mondiali

Luci a San Siro di quella sera
che c’è di strano siamo stati tutti là,
ricordi il gioco dentro la nebbia?
Tu ti nascondi e se ti trovo ti amo là.

Ha ispirato Roberto Vecchioni, di soprannomi ne ha avuti tanti così come di classe e di fantasia di quei calciatori che hanno corso sul suo manto erboso. San Siro, la “Scala del calcio” o il “Tempio del calcio”, simbolo dell’élite meneghina, di quel calcio condotto con fierezza da mecenati del pallone milanese che contendevano a Torino la corona della capitale “pallonara” d’Italia.
Metà casa del Milan, metà casa dell’Inter, San Siro, inaugurato il 19 settembre 1926 accanto all’ippodromo del troppo su volere dell’allora presidente del Milan, Piero Pirelli, ha una capienza di oltre 80mila spettatori. Un catino con i suoi vortici laterali venerato e osannato dagli appassionati sportivi.

Il 2 marzo 1980 lo stadio è stato intitolato a Giuseppe Meazza, eterno campione scomparso il 21 agosto dell’anno prima. L’occasione fu quella del derby, vinto per 1-0 dall’Inter con un gol di Lele Oriali al 77′. Un suggello che impreziosì l’annata neroazzurra conclusasi con la vittoria del 12esimo scudetto.

Senza troppo giri di parole Meazza è considerato tra i più grandi calciatori italiani di tutti i tempi: ha vinto due Mondiali (nel ’34 e nel ’38), per tre volte è stato capocannoniere del campionato di Serie A e ha vinto tre volte lo scudetto.
Era soprannominato “Balilla” perché, quando fu aggregato nella prima squadra dell’Ambrosiana Inter, a 16 anni, dall’allenatore Arpad Weisz, alla lettura della formazione titolare, Leopoldo Conti, tra i più anziani, sorpreso esclamò: «Adesso facciamo giocare anche i balilla!», ovvero i ragazzini.
Ma ben presto si intuirono le sue doti: in carriera ha segnato più di 250 gol tra Inter, Milan, Juventus, Varese e Atalanta, ma è con la Nazionale guidata da Vittorio Pozzo che è diventato davvero immortale.

 

Esordì non ancora ventenne, il 9 febbraio 1930 nel match tra Italia e Svezia finito 4-2 con due sue gol. Trascinatore nell’eroica vittoria per 5-0 a Budapest contro l’Ungheria, autentica forza del tempo, Giuseppe Meazza fu anche il leader che portò gli azzurri a vincere il primo Mondiale, quello del 1934 in casa.
La prima Coppa Rimet alzata al cielo. Quattro le reti in quella manifestazione: due contro la Grecia nei preliminari, una contro gli Stati Uniti negli ottavi e una nei quarti di finale, ripetuti, contro la Spagna.

Quattro anni dopo, Meazza, è ancora il condottiero azzurro: diverso il ruolo, centrocampista, ma con più responsabilità rappresentata dalla fascia di capitano al braccio. In semifinale, contro il Brasile, Meazza segnò l’ultima delle sue 33 reti realizzate con la maglia azzurra. Fu una rete decisiva (l’Italia si impose 2-1), ma anche tragicomica: a causa della rottura dell’elastico dei pantaloncini, tirò il rigore tenendoli con una mano.
Il suo record di gol sarà raggiunto dal solo Gigi Riva nel 1973 per un totale di 35 reti con la Nazionale.

Dura un attimo, la gloria. Dino Zoff e la parata contro il Brasile

E’ il novantesimo, perdiamo 3-2. Punizione per noi, decido di andare nell’ area italiana. Arriva il cross e vedo che il pallone viene verso di me. Lo colpisco proprio bene, al centro della fronte, con forza, verso la porta di Zoff. Per noi è gol, la torcida salta in piedi, è fatta. Ma vedo gli italiani urlare e protestare, poi da terra riemerge Zoff col pallone in mano che strilla “No! No!” , l’ arbitro Klein gli dà ragione. Non era gol, lo ammetto, la palla rimase sulla linea. Cinque centimetri più in là, solo cinque, e avremmo pareggiato e la nostra generazione avrebbe avuto una vita diversa. Invece fu sconfitta: non solo quel giorno, ma per sempre. In Brasile, ancora oggi, siamo quelli che hanno perso. Zoff disse che quella era stata la parata della sua vita. Viceversa, sarebbe stato il gol della mia vita. Cinque centimetri, e tutto sarebbe cambiato

Tutto sarebbe davvero cambiato. A dirlo è Oscar in un’intervista a più di 20 anni da quella memorabile partita. Era il difensore centrale del Brasile edizione Spagna ’82, quello che doveva stravincere i Mondiali, ma allo stadio Sarrià di Barcellona si trovò sulla sua strada Paolo “Pablito” Rossi e la saracinesca di Dino Zoff.
In Brasile i giocatori di quella Nazionale saranno eternamente perdenti, antieroi da rimuovere dai ricordi, sorte beffarda e contraria rispetto al destino dei rivali azzurri che, nell’altro lato del globo, in un piccolo paese a forma di stivale, sono ancora oggi eterni eroi.
In quell’afoso pomeriggio estivo del 5 luglio di Barcellona, tra trombe coriandoli e cori, abbiamo trattenuto il respiro. L’Italia, bistrattata alla vigilia dallo scandalo scommesse e dopo un primo turno non esaltante, deve battere il Brasile per accedere alla semifinale. Dopo essersi ritrovata in un girone a tre davvero di fuoco, assieme all’Argentina di Maradona, la sfida ai maestri del futbol è davvero ardua, al limite dell’impossibile. Ai verdeoro, con la differenza reti a favore, basta un pareggio.  .

Italia – Brasile è un turbinio di emozioni: Rossi apre, risponde subito Socrates, ancora Rossi per la doppietta, Falcão rimette in equilibrio il match, ma Pablito non ci sta e firma la tripletta. Il centravanti juventino sbuca e infilza la distratta retroguardia che è inerme, non sa come affrontarlo. Ma in questo susseguirsi di emozioni e patemi si attende la terza rete del Brasile.
E l’occasione arriva al minuto 89 con il colpo di testa di Oscar e la parata felina di Zoff. Dino dirà di aver passato 4-5 secondi terribili perché dopo la parata gli avversari esultavano, lui non vedeva l’arbitro e c’era il rischio che avesse convalidato la rete.

Ma quella parata, quel guizzo istintivo sulla linea, è il suggello di una formidabile carriera per l’estremo difensore nato a Mariano del Friuli il 28 febbraio 1942. A 40 anni, con la fascia da capitano sul braccio, ha vissuto un Mondiale da protagonista: a lui appartiene un record ancora imbattuto, essendo il giocatore più anziano a vincere una coppa del mondo con i suoi 40 anni e 134 giorni.
Un rapporto con la Nazionale vissuto con dignità e professionalità dall’esordio nella vittoria contro la Bulgaria, il 20 aprile 1968, all’alternanza tra i pali con Enrico Albertosi fino al record mondiale di imbattibilità ancora oggi ben saldo, conquistato tra il 1972 e 1974 con 1.143 minuti senza subire gol.

In tutto quattro Mondiali disputati, eterno quello conquistato l’11 luglio 1982, a Madrid, al cospetto di una Germania Ovest spazzata via con un roboante 3-1 firmato da Rossi, Tardelli e Altobelli. Unica macchia, la rete di Breitner al minuto 83.
E poi la coppa portata in trionfo, saldamente tenuta in mano da Zoff, l’esultanza del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, il tre volte “Campioni del mondo” esclamato da Nando Martellini e la memorabile “cartata” sull’aereo di ritorno tra Pertini, Causio, Zoff e il ct Bearzot con pipa in bocca e il luccichio della coppa lì accanto a loro.

Nella titanica impresa di racchiudere un’esistenza in una sola istantanea, beh, forse la carriera di Dino Zoff è tutta lì, in quella parata all’ultimo respiro tra la gioia e la disperazione. Del resto, il suo libro autobiografico pubblicato nel 2914 si intitola così: “Dura un attimo, la gloria”.