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Quello che non sai sul curling

Per come si sviluppa, il gioco assomiglia molto alle bocce tradizionali anche se, tra tattiche e strategie sempre più complicate, nei circuiti si è iniziato a parlare “scacchi fra i ghiacci”. Il curling, spesso bistrattato, è uno sport introdotto ufficialmente alle Olimpiadi di Nagano, in Giappone, nel 1998.
Ha una diffusione soprattutto negli Stati Uniti e in Canada, ma esistono nazionali e campionati sparsi un po’ ovunque. In estrema sintesi, il curling è uno sport dove due squadre composte da quattro giocatori, lanciano a turno pietre dette “stone”, facendole scivolare su una lastra di ghiaccio verso un’area di destinazione detta “home”. L’effetto che si può imprimere sulla pietra è detto “curl” (“roteare” in inglese) e la traiettoria può essere ulteriormente ampliata grazie all’azione delle scope.

L’origine del curling

Dettaglio del dipinto di Bruegel “Cacciatori nella neve”

L’origine del curling è incerta, ma si ritiene accettabile affermare che sia nato in Scozia durante il tardo Medioevo: il primo riferimento scritto proviene, infatti, dai registri dell’Abbazia di Paisley, nel Renfrewshire, databile al febbraio del 1541, mentre la parola curling compare per la prima volta in un documento scozzese del 1620.
Anche senza nome “ufficiale”, questa disciplina sembra esser stata praticata anche nei Paesi Bassi: Pieter Bruegel, pittore olandese (ai più noto per il dipinto della “Grande torre di Babele”), in “Cacciatori nella neve”, databile al 1565, raffigura sullo sfondo della spianata ghiacciata diversi sport invernali tra cui il pattinaggio, lo slittino e, appunto, il curling.

Le stone prodotte su una sola isola

Nel passato le stone erano semplicemente sassi di fiume piane che presentavano anche forme irregolari e spigolose. Oggigiorno, invece, la pietra che viene lanciata è fatta di granito, può avere una circonferenza massima di circa 91 centimetri e pesa generalmente fra i 17 e i 20 chili.
Si richiede un’elevata qualità della materia prima in grado di non assorbire l’acqua e quindi di non congelarsi e sono pochissimi i produttori mondiali. La maggior parte delle stone fino ad oggi utilizzate sono fatte di due tipi specifici di granito chiamati “Blue Hone” e “Ailsa Craig Common Green” ed  entrambi si trovano sull’isola disabitata di Ailsa Craig, a sud-ovest della Scozia e nata dalla solidificazione del magma all’interno di un camino vulcanico ormai spento.

L’isola è posseduta dalla famiglia scozzese dei Kay che gestisce anche la vendita delle pietre dal 1851 e, nonostante la chiusura della cava per preservare la fauna locale, ha detto di avere ancora a disposizione 1.500 tonnellate del granito più pregiato, sufficiente per soddisfare gli ordini previsti fino al 2020.
Attualmente il granito per la produzione di pietre da curling viene dal nord del Galles: si chiama “Trefor” ed la cava è gestita in esclusiva da un’azienda canadese che è l’unica produttrice mondiale di stone da curling.

Il curling va al cinema

La World Curling Federation (Wcf) nasce nel 1967 e oggi ha sede a Perth, una città scozzese di 40mila abitanti 70 chilometri a nord di Edimburgo, e comprende 47 federazioni nazionali che partecipano a un campionato mondiale e tra queste c’è anche la Fisg (Federazione Italiana Sport del Ghiaccio).

Scena tratta dal film “Help!” dei Beatles

Due anni prima, nel 1965, i Beatles si ritrovano a recitare nel loro secondo film diretto dal regista Richard Lester, dal titolo “Help!”. In una rivedibile “gag” ambientata nelle Alpi austriache, i Fab Four sfuggono miracolosamente a un attentato ordito da due scienziati pazzi che avevano piazzato una bomba nella stone lanciata da George Harrison.
Quattro anni più tardi, nel 1969, il curling ritorna protagonista al cinema nel film di 007 “Al servizio segreto di sua maestà”: James Bond, infatti, gioca nel rifugio Piz Gloria, in vetta alle Prealpi Bernesi.

Nel 1912, inoltre, i corpi recuperati dal Titanic dopo che è affondato al largo delle coste del Canada, sono stati portati alla Mayflower Curling Club nella regione della Nuova Scozia, allestito momentaneamente come obitorio. L’edificio, infatti, era l’unico nella città abbastanza grande e abbastanza freddo per raggruppare i cadaveri.

Rugby, la prima volta dell’Italia al Sei Nazioni

Non ci sono stati giri di parole o mezzi termini: quella di sabato contro il Sudafrica è una vittoria storica, il trionfo più bello della Nazionale italiana di rugby. Placcati, con il risultato di 20-18, gli Springboks, due volte campioni del mondo e tra le squadre più forti nel panorama mondiali e storico della palla ovale. Fino a oggi, la piccola Italia non era mai riuscita a battere le tre grandi dell’emisfero sud (Nuova Zelanda, Australia e, appunto, Sudafrica) e, allo stadio Franchi di Firenze, la squadra allenata da O’Shea ha celebrato il trionfo grazie alle mete di van Schalkwyk e Venditti.

Nel valzer delle “prime volte”, il ricordo, però, va alla prima celebre vittoria del rugby italiano nel Sei Nazioni, il più importante torneo internazionale di rugby a 15 dell’Emisfero Nord, che prima dell’annessione degli azzurri, era denominato Cinque Nazioni e che, di fatto, ha spalancato agli azzurri le porte dell’élite europeo di questa disciplina. Cenerentola della manifestazione, l’Italrugby esordì il 5 febbraio 2000, allo stadio Flaminio di Roma quasi tutto esaurito, contro la Scozia, nazione detentrice dell’ultimo Cinque Nazioni, vinto nel 1999.

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Sembra un’era fa, l’Italia etichettata come “senza speranza” riuscì nell’impresa di sconfiggere gli scozzesi per 34-20. Una partita intensa, dominata da uno splendido Diego Dominguez, autore di 29 punti (una trasformazione, tre drop e sei calci piazzati – fino ad allora record di punti personali realizzati in una partita nel torneo) e suggellata al 78′ da una meta di Giampiero “Ciccio” De Carli, pilone romano.
E’ il tappeto rosso che si srotola sotto i piedi degli azzurri che, per trovare un nuovo successo nel prestigioso torneo, devono attendere tre anni, quando nel 2003, riuscirono a battere il Galles per 30-22.