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Andrea Raggi: jackpot nel Principato

Questa è una storia che ha dell’incredibile. Riguarda un buon difensore, roccioso e serio professionista che si avviava verso una buona carriera in serie A in squadre di fascia medio bassa, una carriera probabilmente senza acuti ma sicuramente da onesto mestierante del pallone.

Almeno finché non è passato un treno diretto con destinazione Principato di Monaco. E i treni bisogna saperli prendere. Andrea Raggi su quel treno ci ha costruito la sua fortuna, diventando l’ennesimo talento incompreso del nostro calcio.

GLI ALBORI DELLA CARRIERA

Andrea Raggi nasce ad Arsina, paesino abbarbicato sulle pendici della Val di Vara, in provincia di La Spezia e cresce calcisticamente nell’Empoli dove esordisce in Serie B nel 2004/2005, dopo la prima convincente annata da professionista alla Carrarese nell’allora serie C2, con l’etichetta di giovane difensore solido e di sicuro avvenire.
E la prova del campo conferma quanto di buono si dice di lui sulla carta stampata. Raggi ottiene infatti subito la promozione nella massima serie, diventando ben presto colonna portante della difesa empolese.
Al Castellani rimane per altre tre stagioni in Serie A, sempre da titolare, contribuendo a tre salvezze consecutive con due picchi di assoluto valore come l’8° posto del 2005/2006 e il 7° del 2006/2007 condito dai quarti di finale di Coppa Italia.
Alla fine della stagione 2007/2008 passa al Palermo di Zamparini per ben 7 milioni di euro quale fulcro indiscusso della difesa studiata da Colantuono ma, dopo la prima da titolare, subisce gli effetti della ben nota ira del presidente e, con l’esonero del mister romano e l’arrivo di Ballardini, viene declassato a riserva.
Da lì inizia un continuo peregrinare che lo porta prima a Genova, sponda Samp, poi a Bologna e, con biglietto di andata e ritorno, a Bari, prima di giocare da titolare la stagione 2011/2012 nella squadra emiliana. Al termine della stagione, però, rimane svincolato, perché il Bologna non esercita l’opzione per il suo acquisto.

LA SVOLTA

La fine dei suoi sogni di gloria? Tutto il contrario. E’ l’inizio della seconda carriera di Raggi, una seconda giovinezza che lo porterà a raggiungere vette che, scommettiamo, nemmeno nei suoi sogni più inconfessabili avrebbe immaginato di raggiungere.
Si, perché nel momento più difficile della sua carriera di calciatore, quello della perdita delle certezze, dell’insinuarsi dei dubbi sulle proprie qualità, arrivò una telefonata. Una benedetta telefonata.
Dall’altro lato della cornetta Claudio Ranieri che voleva fortemente il difensore spezzino nella sua nuova esperienza straniera con lo scopo di riportare il Monaco, precipitato in Ligue 2, agli antichi fasti.

Il Monaco è un club prestigioso con una grande storia. Lo ritengo una grande squadra, anche se gioca in Ligue 2. Ha ambizioni importantissime con un grande progetto: non potevo rifiutare

Così si presentò Raggi ai microfoni della tv ufficiale del Monaco, subito dopo il suo arrivo a Montecarlo.

E fu subito gloria. Il Monaco vince la Ligue 2 e torna nella serie che gli compete e Raggi con 35 presenze e ben 4 reti diventa subito l’idolo dei tifosi.
Da lì in poi la crescita di Raggi non conosce soste. Il Monaco, neopromosso, torna subito nelle posizioni di vetta e nei successivi tre campionati colleziona un secondo (2013/2014) e due terzi posti (2014/2015 e 2015/2016). La società investe cifre importanti, gli obiettivi sono sempre più ambiziosi, i giocatori vanno e vengono ma ce n’è uno che non si muove di un centimetro: Andrea Raggi rimane ben saldo al suo posto a difesa della porta monegasca, dimostrando di poter reggere palcoscenici da brividi come quello della Champions League e tenendo alta la fama del Made in Italy.

E si arriva così ai giorni nostri, a una stagione che ha consacrato il Monaco come protagonista assoluto della Champions League grazie all’impresa contro il City dove l’11 di Jardim ha annichilito Aguero e compagni nel doppio confronto, in un modo assai più netto di quanto il risultato finale abbia dimostrato, segnando forse la fine del guardiolismo.
E Raggi? Raggi è stato assoluto protagonista, togliendo spazio d’azione ad un fenomeno come Aguero nel match decisivo del Parco dei Principi, con una marcatura d’altri tempi, asfissiante, degna della vecchia scuola italiana di mostri sacri come Gentile e Burgnich.
Ed ora sotto con la sfida al Borussia Dortmund nei quarti, dove i monegaschi, pur sfavoriti, partono tutt’altro che battuti.

Vengono alla mente ricordi lontani, ma non remoti, istantanee di quel Monaco che nel 2003/2004 sfiorò una storica vittoria nella massima competizione europea per club venendo sconfitto ad un respiro dal traguardo da un’altra assoluta sorpresa: quel Porto che avrebbe dato inizio all’era dorata dello Special One, Josè Mourinho.
Pensare che questo Monaco possa riuscire a ripetere quell’impresa non è poi così assurdo. Magari nella magnifica cornice del National Stadium of Wales di Cardiff potrebbero trovarsi di fronte la Juventus. E sarebbe la ciliegina sulla torta per Andrea Raggi, un calciatore che in Italia non aveva futuro ma che ha fatto jackpot nel Principato.

Michele De Martin

Andrea Butti, il manager globetrotter. Non tornerà mica in Italia?

Avete presente quelli che lavorano dietro le quinte?

Ecco, prenderemo il caso di uno che si è sempre preso in carico la gestione completa del backstage delle squadre di calcio. Uno di quelli che finiscono poco in copertina, ma fanno il lavoro di più persone messe assieme.

Andrea Butti non vi dirà nulla come nome: non è uno di quei manager sulla cresta dell’onda. I prezzemolini del mestiere.

Magari l’avete visto di riflesso in qualche foto o video.

Nel curriculum ha un’incisione che gli resterà scolpita a vita e si chiama triplete.

Perchè se nel 2010 in formazione c’erano degli eroi, magari lo si può dire altrettanto per i dirigenti della grande Inter 2.0 targata Mourinho. Butti era il team manager di una squadra che andò in all in e vinse tutto.

Per lui poi ci sono state le esperienze all’estero, e proprio per questo Andrea Butti calza a pennello nella categoria italians, perchè com’è normale per un manager (fuori dall’Italia), con l’avanzare della sua carriera, gli incarichi e le responsabilità sono aumentate, in Francia e in Inghilterra.

Zenga e Butti con il capitano dei Wolves Batth, dopo il rinnovo fino al 2020

Partiamo dalla descrizione del ruolo. Il team manager fondamentalmente è il tramite tra la squadra e la società, il responsabile della logistica, quindi delle trasferte e degli spostamenti, l’uomo che si rapporta anche con i direttori di gara.

3 motivi per i quali giudicarlo un bravo team manager: 

1. jose’ mourinho

L’allenatore meno gestibile del pianeta: mettiamoci nei suoi panni, lì al suo fianco, pronto per fare una sostituzione, con Mou che mostra le manette al mondo intero.

2. Mario Balotelli

Il giocatore meno gestibile del pianeta. Metti che perda la testa, ed è successo spesso, come nella semifinale d’andata della Champions League 2010; Mario butta la maglia a terra, con uno spogliatoio, e un popolo, pronti ad aggredirlo.

3. Zlatan Ibrahimovic

Gli anni della gestione Ibra, un ciclone, l’uomo dal mal di pancia facile, delle pillole tipo: “Non mi serve il Pallone d’Oro per sapere di essere il migliore al mondo”.

Monaco

Andrea Butti allo stadio di Monte Carlo, lo stade Louis II

Dopo 12 anni di Inter (prima da addetto stampa, poi da team manager) va in Francia, al Monaco, dove resta per 3 stagioni. Molto legato e stimato in UEFA (lavorò nello staff degli Europei 2007 U21 e degli Europei 2008 in Svizzera), è responsabile organizzativo del club.

22 aprile 2015, lo 0-0 regala alla Juve la semifinale dopo 12 anni

Lavora con mister Ranieri. A livello sportivo la squadra si batte alla grande dietro il Psg. Non vince (gli tolgono alla spicciolata Falcao, James Rodriguez, Abidal, Kondogbia) ma è sempre lì: secondi nel 2014, terzi nel 2015 e 2016. In Champions nel 2015 arriva ai quarti con la Juve.

Wolverhampton

E poi arriva l’estate 2016, con la chance di seguire Walter Zenga ai Wolves, nella Championship inglese, squadra nel bel mezzo di un cambio proprietà. Ruolo: general manager. Mica male.

Le cose non vanno come si spera, la squadra, allestita per il salto in Premier, fa un filotto negativo di 1 pari e 4 sconfitte e Zenga viene esonerato e dopo poco più 3 mesi, a fine ottobre, fa le valigie anche Butti. Lo si considera parte dello staff dell’ex “Uomo ragno”, o perlomeno optano per questa versione i tabloid inglesi.

Ed ora?

Un dirigente del genere può soddisfare l’appetito di molti club, tanto che Butti, con l’esonero di Frank De Boer, venne fatto salire sul treno (sarà poi vero?) che avrebbe portato Guus Hiddink sulla panchina dell’Inter. Non se ne fece nulla.

Che poi: siamo sicuri voglia tornare in Italia? Specialmente in ambito dirigenziale, è raro vedere cavalli di ritorno, ma non si sa mai.

Davide Ferracin
@davideferracin