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Amedeo Tonelli, l’arciere italiano che ha “studiato” in Corea

Quando, per pura curiosità, ha tirato la prima freccia certo non immaginava che sarebbe diventato un arciere professionista nel giro della Nazionale. Stiamo parlando di Amedeo Tonelli, atleta azzurro classe ’85, sotto contratto con l’Aeronautica  Militare Italiana.
La perseveranza nel provarci continuamente lo ha talmente preso che da quando è entrato in questo sport non ha mai lasciato da parte il suo arco, quasi diventasse parte di se stesso.
Iscritto alla Federazione Italiana Tiro con l’arco (FITarco), dopo degli stage in Sud Corea è tornato più determinato che mai, con l’intento di fare bene nelle competizioni prossime con l’obiettivo di far parte del team italiano alle prossime Olimpiadi del 2020 a Tokyo.

Come mai la scelta di diventare arciere? E da quanto tempo lo pratichi?

Lo pratico dal 1997, sono oramai 20 anni. Essendo cresciuto in Trentino a Riva del Garda praticamente da ragazzino ho fatto un po’ di tutto a livello sportivo: calcio, wind surf, mini basket, prima di essere affascinato dal tiro con l’arco. Sin da subito ho preso parte in una società del mio paese, l’Arcieri Virtus, perché la voglia di centrare il bersaglio era tanta e dopo i primi tiri non proprio eccelsi, la mia intraprendenza mi ha spinto a  pensare di far parte di questo mondo.

A 15 anni ho avuto la mia prima esperienza con la Nazionale giovanile, in quello che era la European Junior Cup. Ho vinto sia quell’edizione che quella successiva e da quel momento iniziai a pensare che forse un minimo di talento c’era (ride ndr).
Con l’ingresso nella nazionale giovanile, un grande supporto me l’ha dato la FITarco che cerca di assistere appieno i propri iscritti, tant’è che proprio lì ho deciso di non mollare.
Sono arrivato al 2007 a vincere la medaglia d’oro con la Nazionale senior al Mondiale indoor in Turchia, nel 2008 invece sono stato riserva alle Olimpiadi di Pechino sotto contratto con l’Aeronautica.

Com’è avvenuta la crescita “sportiva”?

Nel giro di poco tempo si sono evolute una miriade di situazioni. Per fortuna vivendo in una zona dove il tiro con l’arco è molto praticato, ho avuto modo di crescere abbastanza costantemente.  Tra il 2008 e il 2010 ho avuto anche la “fortuna” di allenarmi in uno dei centri sportivi più grandi d’Italia a Rovereto.
Nel 2009, poi, ho avuto la mia prima esperienza all’estero in Corea del Sud. Proprio in questo frangete ho avuto modo di imparare tante tecniche e in primis ho ridefinito il mio stile di gioco sia dal punto di vista fisico che mentale. Nel primo trimestre del 2016 sono ritornato in Sud Corea per completare il percorso.

Perché hai scelto proprio la Corea del Sud e cosa ti ha dato quest’esperienza?

Beh la Corea del Sud è certamente la patria del tiro con l’arco e quindi non potevo scegliere luogo migliore dove andare a cogliere dettagli e sistemi di gioco per migliorarmi. Negli ultimi vent’anni i sudcoreani sono diventati leader in questo sport, dopo aver colto le migliori tecniche dai francesi (leader negli anni ’50 e ‘60) e dagli americani (anni ‘80). Ho optato, inoltre, per la Sud Corea proprio perché c’è un’organizzazione capillare già a partire dalle scuole elementari.

L’esperienza è stata bellissima e mi ha dato tanto. Io per primo ho avuto modo di “spogliarmi” dalla figura di arciere della nazionale italiana, per prendere parte a delle lezioni con i ragazzini di 14/15 anni che sono puntualmente allenati da coach competenti, anche ex atleti professionisti. Proprio lì ho capito la loro bravura in questo sport e ho cercato di cogliere il massimo.
Al mio rientro i frutti si sono visti sin da subito. Ho subito notato un miglioramento a livello di punteggio. L’anno scorso sono riuscito a vincere il titolo assoluto ai campionati italiani, sia nella specialità Targa che nell’Hunter-field oltre che il titolo di classe italiano nel campionato Indoor.

Qual è la disciplina in cui ti senti più forte?

Personalmente mi sento più portato per la distanza dei 70 metri, la disciplina olimpica. Tuttavia a livello individuale so di aver fatto benissimo nei campionati Indoor 2007 e 2008. Purtroppo quando non riesci a cogliere la tanto desiderata medaglia la delusione e amarezza c’è, anche se magari sai di aver dato il massimo. Però poi a mente fredda capisci che, nonostante la sconfitta, comunque sai di essere tra i primi della classe.

Cosa c’è in programma per l’immediato futuro?

Sicuramente un dei miei obiettivo primari è volare a Tokyo per l’Olimpiade 2020.
Tra poco invece sono in programma i World Games in Polonia nella categoria Hunter-field (gare che si effettuano all’aperto in campagna o nei boschi a varie distanze e con pendenze). Mentre per fine agosto sono in programma gli Europei in Slovenia proprio nella disciplina Hunter-field.

Mentre più in là, cosa vorresti fare da grande?

Dopo vent’anni di arco mi piacerebbe restare in questo mondo che oramai lo sento mio. Vorrei poter restare nella Federazione, magari come tecnico tra 5-8 anni. Personalmente mi manca poco anche per laurearmi in Giurisprudenza e anche lì per me è una soddisfazione.

Dario Sette

Raffaella Masciadri, cuore da capitano dentro e fuori dal campo da basket

Sa dal sapore amaro parlare di basket femminile dopo la sconfitta contro il Belgio delle azzurre nell’Europeo che si sta disputando in Repubblica Ceca, ma c’è comunque da complimentarsi con le ragazze di coach Capobianco che ora sperano di battere la Lettonia per strappare il pass Mondiale 2018.

A guidare le ragazze dell’Italbasket la capitana e veterana, Raffaella Masciadri giocatrice del Famila Schio.
Nata a Como nel 1980, rappresenta una delle cestiste italiane più vincenti della storia del basket femminile, con ben 12 scudetti in bacheca.

Per l’ala azzurra, che da qualche settimana ha ottenuto un ruolo come presidente della Commissione atleti del Coni, un passato anche in America nella WNba, patria del basket mondiale. Per diverse stagioni, infatti, la comasca ha indossato la maglia del Los Angeles Sparks le “sorelle” dei più noti Lakers della Nba maschile.

Un onore per il basket italiano, che oltre ad avere cestisti azzurri tra gli uomini (vedi Belinelli, Bargnani, Gallinari e prima anche Datome), esporta anche talenti femminili negli Stati Uniti.

La capitana Masciadri, nel 2004 viene “notata” dall’allora coach losangelino, Michael Cooper, che decide di chiamarla a sé per inserirla nel gruppo di squadra per l’inizio del campionato WNba che si gioca in estate.

La stagione 2004 non è delle più semplici. Nonostante la fiducia che Cooper ha nei confronti della comasca, Raffaella Masciadri deve sgomitare molto per inerirsi negli schemi e nella realtà americana. Il primo campionato si chiude con 17 presenze e una media di 1,6 punti per partita in quasi 7 minuti di gioco.

Sebbene la prima stagione non sia stata esaltante la società richiama l’azzurra per l’anno seguente. Le cose, infatti, vanno decisamente meglio: si alza la media dei minuti giocati oltre che quella realizzativa, soprattutto dai tre punti.

In Italia rientra gli inverni per giocare con Schio e con la Nazionale. Proprio i molteplici impegni portano la comasca a decidere di “riposarsi” dagli impegni americani, prima di ritornarci nel 2008. Proprio in quella stagione, forse la migliore, le Sparks per un soffio non agguantano le Finals.

Un’esperienza unica per l’ala comasca che porta con sé ricordi indelebili della parentesi statunitense.
L’Italia e il basket italiano però non sono mai stati dimenticati, tant’è che alla prima occasione Raffaella ci è tornata e ha vinto tanto a Schio con la Famila.

Ora a 37 anni, oramai è una veterana ed è nella fase finale della carriera e vuole dare un apporto maggiore ora che ha un ruolo come presidente nella Commissione atleti Coni. In effetti la campionessa, parallelamente alla vita sul parquet, si è anche laureata in Scienze giuridiche.

Studiare e giocare è una cosa che si può fare senza eccessivi eroismi. Basta essere determinate!

E sicuramente lei lo è stata.

Dario Sette

Giampaolo Medei, dopo la Francia, ritorna nella Lube Civitanova

Lo sport è fatto di partenze nostalgiche ma anche di graditissimi ritorni.
Il rientro dell’allenatore italiano di volley Giampaolo Medei dopo l’esperienza estera in Francia è sicuramente una bella notizia per lo sport nostrano.

Il coach marchigiano, dopo aver guidato ben tre squadre transalpine, ha deciso dopo 11 anni di tornare proprio a casa, nella sua Macerata. In effetti dopo aver trascorso la carriera d’allenatore, prima nel settore giovanile e successivamente come vice di Roberto Masciarelli, torna finalmente alla guida della panchina della squadra fresca del quarto titolo di campione d’Italia.
Tuttavia c’è comunque da sottolineare che l’Italia non è mai stata realmente “abbandonata” da Medei, dato che dal 2015 è il vice commissario tecnico della Nazionale italiana (del ct Chicco Blengini), argento alle Olimpiadi 2016 a Rio de Janeiro.

Nella Cucine Lube Civitanova andrà a sostituire proprio il ct Blengini, il quale dopo la vittoria del titolo ha deciso di concentrarsi solamente per la Nazionale in vista dell’Europeo di agosto.

 

Per quanto riguarda invece il tecnico originario di Treia, l’obiettivo futuro è sicuramente quello di cercare di proseguire il lavoro di Chicco Blengini: confermarsi sia a livello nazionale e cercare di fare bene anche in Europa. Giampaolo Medei sa come si può vincere a Macerata. Nei suoi cinque anni di permanenza dal 2001 al 2006 ha ottenuto, infatti, un campionato, una Coppa Italia, una Champions League (2001/02) e due coppe Cev.

Proprio la Cev Cup è stato l’ultimo trofeo vinto dal tecnico marchigiano alla guida del club francese Tours VB lo scorso aprile. La squadra transalpina ha sconfitto al Golden set la Diatec Trentino . La squadra italiana è stata beffata di due punti nell’ultimo set decisivo dopo che si era presentata in Francia con un secco 3-0 ottenuto all’andata. Al palazzetto Salle Robert-Grenon di Tours la squadra guidata da Medei ha chiuso il discorso con uno scoppiettante 15-13, vincendo così il primo titolo Cev della sua storia.

 

Dunque coach Medei lascia la Francia con un successo e in seguito non ha potuto declinare la proposta ricevuta dalla società di Macerata per guidare una delle squadre più blasonate della pallavolo nostrana.

Soddisfatto il presidente della Lube, Fabio Giuliani:

La scelta di Giampaolo Medei è all’insegna della continuità con il nostro condottiero Chicco Blengini. L’identikit del nuovo tecnico ci ha subito portato a lui, una decisione che vuole premiare anche la storia della nostra ‘cantera’. Si è creato un grande gruppo e stiamo lavorando soprattutto per non disperdere quanto fatto finora: ripeto, continuità è la nostra parola d’ordine.

Gigi Datome, l’uomo chiave del Fenerbahçe

Partito da Roma con tantissime ambizioni per vincere trofei, nel 2013 è volato in Nba per fare il salto di qualità a livello mondiale, ma dal 2015 ha trovato la sua stabilità professionale in Turchia con il Fenerbahçe. Stiamo parlando di Luigi Datome, ventinovenne cestista della Nazionale italiana, nato nella provincia di Treviso ma cresciuto sportivamente in Sardegna.
Datome si è fatto le ossa nella regione sarda nelle giovanili della Santa Croce di Olbia, ma il suo nome in Italia è sicuramente accostato alla Virtus Roma con cui disputa cinque stagioni e trova la definitiva consacrazione. In effetti, nell’ultimo anno nella capitale, il cestista viene eletto miglior giocatore della regular season di Serie A 2012/13 giungendo in finale play-off da capitano e trascinatore. Partita persa contro la Montepaschi Siena (4-1).

La fama mondiale però arriva solamente con la vetrina del basket americano, in Nba. Il Gigione, viene chiamato così nell’ambiente della pallacanestro, si accasa nei Pistons a Ditroit con il sogno di poter far bene nel basket che conta. Alla star più famosa del basket americano LeBron James si presenta così:

L’ala piccola della Nazionale azzurra è un amante dei social network in primis proprio Twitter (quasi 150mila follower). Tant’è che nelle prime stagioni in America viene ricordato più per le vicende extrasportive che per le prestazioni in campo. Tale situazione è dovuta in parte anche al grave infortunio al piede rimediato con l’Italia che lo tiene lontano dai parquet Nba per parecchio tempo e che lo fa scendere nelle gerarchie di squadra.

Tra pochi alti e molti bassi Gigione si trasferisce a Boston nei Celtics per una seconda chance americana. La stagione sembra molto più favorevole. Si rivede il Datome della Virtus Roma tanto da essere definito dal suo coach, Brad Stevens “one of the better shooters”. ICelts raggiungono i play-off ma vengono poi battuti dai Cavaliers di LeBron James.

La sua avventura in Nba tramonta da lì a poco anche perché Datome non riesce a trovare una giusta collocazione. Per questo motivo torna in Europa, in Turchia a Fenerbahçe dove in molti lo apprezzano per le doti tecniche e fisiche. Tra le peculiarità fisiche c’è sicuramente anche la folta barba. Tra le varie battute a riguardo, il cestista ha ribadito (ovviamente su Twitter) che se la sarebbe tagliata solamente in caso di vittoria con la Nazionale azzurra.

Peccato che per ora la barba cresce sempre più e l’Italia, abbia in rosa ottimi cestisti, non riesce a imporsi a livello internazionale.

In Turchia, Datome ha ritrovato lo spirito giusto in un basket ad alti livelli, seppur diverso da quello Nba. Il club turco ha prospettive e da molti anni calca palcoscenici importanti come l’Eurolega. Lo scorso anno il club ha disputato una stagione stratosferica, aggiudicandosi campionato e coppa nazionale oltre che la finale di Eurolega, persa contro i russi del Cska Mosca. Datome viene definito l’uomo chiave della squadra. In effetti l’ala italiana, nonostante una media punti non altissima a canestro, riesce a dare quell’equilibrio che serve ai cinque in campo.

Datome si definisce uno che senza regole non sa se avrebbe fatto questa carriera” ma resta il fatto che il Giggione (con doppia G come lo chiamano i romani) mantiene le promesse. Ultima in ordine cronologico è la parola mantenuta con i ragazzi del Brembate Sopra, squadra amatoriale di basket, con cui disputerà una partita dopo aver perso una scommessa lanciata sui social.
La sfida era stata lanciata da una giocatore del Csi che aveva twittato al cestista sardo:
Hey! Quanti retweet devo fare per far si che tu venga a giocare con la mia squadra per una partitella?
Risposta di Datome: 10 mila.
Detto e fatto. Il giovane, con una grande mobilitazione sui social, ha vinto la scommessa, i retwett hanno superato la quota e l’azzurro giocherà in un campetto del bergamasco.

Campione anche fuori dal campo con l’obiettivo di vincere l’Eurolega e perché no anche un titolo con l’Italia perché vogliamo vedere Datome senza barba.

Dario Sette

Sergio Parisse, un vero capitano anche in Francia

Ha iniziato a giocare con una palla ovale a sei anni quando era un bambino e oggi, con oltre 120 presenze in Nazionale, non ha intenzione di smettere. Si tratta di Sergio Parisse, 33enne rugbista italiano nato in Argentina a La Plata da genitori abruzzesi residenti in Sudamerica per lavoro. Suo padre, Sergio senior, era già stato giocatore di rugby a L’Aquila. Rientrato in Italia in età adolescenziale, si è immerso appieno nel rugby per poi mai staccarsene sino a diventare una bandiera e storico capitano dell’Italrugby.

Leader indiscusso della Nazionale italiana, oltre che del club in cui milita lo Stade Français Paris, il capitano copre il ruolo di terza linea centro come il più classico dei numeri 8.
Parisse è nella capitale francese da dodici anni e ha avuto modo di vincere due campionati, uno nella stagione 2005/06 e l’altro nel 2014/15 ricevendo anche il riconoscimento di miglior giocatore del torneo.

Storica è stata la notizia di qualche settimana fa di un dietro front che ha riguardato proprio la società francese. Per molto tempo si è parlato di una fusione tra il club Stade Français e l’altra squadra parigina e rivale, il Racing 92. La notizia aveva scaturito mugugni soprattutto tra i tifosi, infatti la rivalità tra le due squadre è molto forte, paragonabile ai derby italiani Roma – Lazio e Milan – Inter.
Una vera e propria rivoluzione che per giorni ha reso teso il clima a Parigi e nelle due squadre che insieme contano quasi 90 giocatori. Infatti il progetto societario prevedeva un taglio del 50% dei giocatori facenti parte delle due rose. Taglio che però non avrebbe coinvolto direttamente Sergio Parisse così come non avrebbe interessato Dan Carter, il rugbista neozelandese del Racing 92 nonché il più pagato al mondo. A farne le spese sarebbero stati molti compagni di squadra del capitano azzurro.
Proprio per questo motivo l’intera rosa dello Stade Français, guidata proprio da Parisse, aveva pensato di proclamare un vero e proprio sciopero, interrompendo gli allenamenti e minacciando anche di non scendere in campo per il match di campionato.
Tuttavia attraverso un comunicato ufficiale, il presidente del Racing 92, Jacky Lorenzetti, ha ufficializzato che la fusione non si è fatta più, per la gioia dei tantissimi supporters e dei giocatori.

Aldilà degli aspetti prettamente sportivi, dopo tante stagioni a Parigi, Sergio Parisse è quasi francese d’adozione anche se il suo cuore batte solamente per l’Italia. Negli ultimi anni, proprio il capitano è stato il simbolo di un’Italrugby che ha cambiato look e che si è affacciata a palcoscenici internazionali con una gran voglia di farsi notare.

Il leader della Nazionale vive con la sua famiglia nella capitale transalpina, il tempo libero lo dedica alla sua famiglia e al relax. Piace accompagnare sua figlia a scuola o al parco, ma adora anche dormire, soprattutto le sera dopo un duro match.
Prima del riposo a letto però, Sergio Parisse, a fine gara negli spogliatoi cerca di alleviare la fatica gustandosi una buona birra con i suoi compagni con tanto di selfie. Ovviamente la birra la si gusta meglio dopo una vittoria.

 

A quasi 34 anni è ancora punto di riferimento del suo club e della Nazionale. Il sacrificio, la pazienza  e la costanza hanno fatto sì che diventasse uno dei giocatori più forti della storia dell’Italrugby. Il suo sogno è vincere qualcosa proprio con la maglia azzurra, provando a fare meglio nella prossima Coppa del Mondo in Giappone nel 2019.

Più fattibile è la situazione con il suo club, seppure in questa stagione lo Stade Français non stia brillando. Parisse spera che il prossimo anno si possa ripuntare alla vittoria del campionato magari con un suo “drop”, colpo di rara bellezza ma che il capitano ha già saputo realizzare molto tempo fa.

Dario Sette

Matteo Martino, ripartire dalla Cina con il volley nel cuore…e nel trolley

Carattere determinato, spirito d’avventura, fisico possente e voglia di vincere: sono le caratteristiche fondamentali del 30enne Matteo Martino, pallavolista italiano giramondo che ha deciso di riprendere l’attività agonista in Cina.

Nato ad Alessandria, Matteo Martino è stato protagonista, tra le altre, della Lube Macerata, della Nazionale italiana pallavolo  durante le Olimpiadi di Pechino 2008, e del beach volley. Da qualche mese lo schiacciatore piemontese è perno fondamentale del Guangdong, società pallavolistica cinese con sede a Canton.
Il “martello” italiano ha trascinato la sua squadra alla vittoria dei playoff Challange match con conseguente promozione nella Volleyball League A cinese.
Tra le varie esperienze, inoltre, anche un’apparizione in tv come corteggiatore, al programma “Uomini e donne” di Maria De Filippi su Canale 5. Matteo Martino ci ha voluto raccontare la sua avventura in Oriente e non solo.

Come mai hai deciso di ripartire dalla Cina? E come ti trovi in una squadra in cui sei l’unico italiano?

Innanzitutto sono contento per la squadra dato che siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo promozione. In più ho deciso di venire in Cina perché qui è bello e stimolante giocare, perché ti senti  giocatore fondamentale su cui loro fanno riferimento. Inoltre mi piace molto cambiare e mettermi alla prova; in effetti non è la prima volta che provo un’esperienza estera. Vivo di emozioni. In Cina sto bene, sono tutti cordiali e gentili

Dopo i successi a Macerata e una parentesi nel beach volley, come mai hai optato per l’estero?

Giocare all’estero è un’esperienza più forte e spronante. È bello vedere posti nuovi. L’Italia me la godo l’estate, mentre in inverno preferisco girare il mondo

Russia, Polonia, Francia sono solo alcuni dei campionati in cui ha militato. Quali differenze hai riscontrato?

Beh posso sicuramente evidenziare che, in tutte le squadre dove ho giocato, ho sempre imparato qualcosa. I pallavolisti russi sono molto forti dal punto di vista fisico, mentre sia i polacchi che i francesi sono tecnici e veloci. Fortunatamente ho avuto modo di giocare in questi campionati che mi hanno reso un pallavolista più completo, anche se non si smette mai di imparare. Ora sto imparando dai cinesi (sorride ndr)

Capitolo Nazionale. Hai vestito la maglia azzurra sin da giovane, prima nella pallavolo e poi nel beach volley. Che ricordi hai? Sogni ancora una convocazione?


Indossare la maglia della Nazionale, sia nel volley che nel beach volley, è stato un onore. Sto lavorando al massimo per dimostrare al commissario tecnico Blengini che può avere una pedina in più da inserire. Mi piacerebbe lottare per ottenere un posto in squadra ai prossimi giochi olimpici di Tokyo 2020

È vero che ti chiamano Superman?

Si è vero, soprattutto nelle palestre, in Cina. Da quando hanno iniziato a chiamarmi così indosso, sotto la maglia di gara, una t-shirt di Superman

Da abile “martello” credo che la tua arma migliore sia la schiacciata, hai mai trovato un duro oppositore?

Schiacciare è sempre una grande soddisfazione soprattutto quando si fa un bel punto e si fa vincere la squadra. Oppositori impossibili da abbattere non ne ho trovati molti sinora, o forse non ci sono

Hai intenzione di tornare in Italia?

Giocare in Italia davanti al proprio pubblico è sempre una grande emozione, ma posso dire che anche all’estero c’è una bellissima atmosfera. Ogni volta i palazzetti sono stracolmi di gente, con un tifo pazzesco. Per ora mi trovo bene in Cina, poi un giorno chissà…

Dario Sette